di WANDA CHERUBINI-

VITERBO- Ventuno aree individuate, altrettante valutazioni negative. È questa la conclusione del lavoro tecnico commissionato dalla Provincia di Viterbo per contrastare l’ipotesi di realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi nel territorio della Tuscia. Le risultanze degli studi sono state illustrate giovedì 22 ottobre, nella Sala Benedetti di Palazzo Gentili, durante un incontro pubblico che ha riunito amministratori, professionisti, associazioni e rappresentanti dei comitati locali.

L’iniziativa ha rappresentato una nuova tappa del percorso istituzionale avviato dall’ente provinciale, culminato nell’approvazione unanime delle osservazioni integrative alla proposta di Carta nazionale delle aree idonee (CNAI), avvenuta il 22 settembre da parte del Consiglio provinciale e dell’Assemblea dei sindaci.

Il dossier, già trasmesso alle autorità nazionali competenti, raccoglie una serie di approfondimenti scientifici che mettono in discussione l’effettiva compatibilità delle aree viterbesi con le caratteristiche richieste per ospitare l’infrastruttura.

Il presidente della Provincia Alessandro Romoli ha aperto il confronto sottolineando l’importanza della partecipazione dei cittadini e delle associazioni, protagonisti negli ultimi mesi di iniziative e manifestazioni contrarie alla localizzazione del deposito nel Viterbese.

A questa mobilitazione si è affiancato il lavoro di un gruppo di nove esperti incaricati dall’amministrazione provinciale, chiamati a esaminare i siti sotto diversi profili tecnici e ambientali.

Secondo le conclusioni illustrate, ciascuna delle 21 aree presenta elementi di criticità tali da portare i professionisti a esprimere una valutazione negativa sulla possibile localizzazione dell’impianto.

Il consigliere provinciale delegato all’Ambiente Andrea Di Sorte ha richiamato l’attenzione sulla necessità di mantenere alta la mobilitazione, anche in considerazione delle prossime decisioni attese a livello nazionale.

Tra le ipotesi avanzate figura l’organizzazione di un’ulteriore manifestazione prima delle festività natalizie, per ribadire la contrarietà del territorio al progetto.

Tra gli aspetti maggiormente approfonditi figurano la conformazione geologica del Viterbese e la vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee.

I geologi Giuseppe Francesco Rossi e Antonio Mancini hanno evidenziato alcune presunte carenze nelle valutazioni utilizzate per individuare le aree candidate.

Particolare attenzione è stata riservata alla pericolosità sismica. Secondo i professionisti, il ricorso a cartografie non sufficientemente aggiornate rischierebbe di sottostimare le condizioni di alcune zone della provincia, soprattutto nel settore orientale.

Un’altra questione riguarda la permeabilità dei terreni e la presenza di importanti riserve d’acqua sotterranee. In determinate aree, secondo le analisi presentate, le caratteristiche del sottosuolo potrebbero favorire il rapido trasferimento di eventuali sostanze contaminanti verso le falde acquifere.

Si tratta di elementi che, nella valutazione degli esperti provinciali, richiederebbero una revisione delle conclusioni relative all’idoneità dei siti.

L’ingegnere Massimo Gobbi ha affrontato un ulteriore aspetto del progetto, relativo alla gestione delle diverse categorie di rifiuti radioattivi.

Il Deposito nazionale è destinato ad accogliere in via definitiva materiali a molto bassa e bassa attività, mentre per quelli a media e alta attività è previsto uno stoccaggio temporaneo in attesa di una successiva sistemazione in un deposito geologico.

Secondo i dati ufficiali del progetto, l’infrastruttura dovrebbe ospitare circa 98mila metri cubi di rifiuti radioattivi, dei quali 14mila destinati all’immagazzinamento temporaneo.

Proprio questa componente ha suscitato le perplessità del tecnico, che ha evidenziato come l’assenza, allo stato attuale, di una localizzazione definitiva per il deposito geologico possa comportare una permanenza prolungata dei materiali.

La questione, secondo Gobbi, dovrebbe essere considerata con particolare attenzione nella valutazione complessiva della sicurezza dell’infrastruttura.

Il confronto ha dedicato ampio spazio anche alla salvaguardia delle attività produttive e del patrimonio naturalistico della provincia.

L’agronomo e docente dell’Università della Tuscia Andrea Vannini ha ricordato il ruolo dell’agricoltura biologica, dei biodistretti e dell’ospitalità agrituristica nell’economia locale.

Secondo gli approfondimenti illustrati, 16 delle 21 aree individuate nel Viterbese ricadrebbero in zone classificate come Important Bird Areas (IBA), territori di particolare interesse per la conservazione dell’avifauna.

Il docente ha inoltre sottolineato l’importanza delle produzioni agricole di qualità e delle attività legate al turismo rurale, evidenziando come la presenza di un deposito radioattivo potrebbe determinare conseguenze negative sulla percezione e sulla valorizzazione commerciale del territorio.

Una preoccupazione che riguarda non soltanto gli aspetti ambientali, ma anche la tutela dell’identità economica e paesaggistica della Tuscia. Nel corso della parte conclusiva dell’incontro, associazioni e cittadini hanno espresso la volontà di proseguire con iniziative coordinate, evitando che il confronto sul deposito si esaurisca con la presentazione del documento tecnico.

Tra i temi sollevati figura anche la richiesta di approfondire gli eventuali aspetti sanitari connessi alla localizzazione dell’impianto, attraverso analisi specifiche e dati epidemiologici.

Diversi interventi hanno posto l’accento sulla necessità di mantenere un fronte comune tra istituzioni, cittadini e realtà associative, soprattutto nell’eventualità di decisioni governative non in linea con le osservazioni formulate dalla Provincia.

Il timore manifestato è che le valutazioni territoriali possano non risultare determinanti nella scelta finale del sito destinato a ospitare il deposito.

La proposta di Carta nazionale delle aree idonee comprende 51 siti distribuiti sul territorio italiano, dei quali 21 nella provincia di Viterbo. Una concentrazione che ha alimentato negli anni il dibattito politico e la mobilitazione delle comunità locali.

Con l’approvazione delle osservazioni integrative e la presentazione pubblica degli approfondimenti, la Provincia punta ora a far valere le conclusioni dei propri esperti nell’ambito della procedura nazionale.

Resta da conoscere l’esito delle valutazioni delle autorità competenti e l’eventuale calendario dei successivi provvedimenti.

Nel frattempo, il messaggio emerso dall’incontro di Palazzo Gentili è chiaro: amministratori, tecnici e comitati intendono proseguire il confronto per ottenere l’esclusione delle aree della Tuscia dal progetto di localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.