Hanno promesso la riconciliazione nazionale ma dalle regioni che presidiano giungono descrizioni crudeli delle loro azioni contro chiunque cerchi di ribellarsi

La protesta inizia verso le otto della mattina nel centro di Jalalabad. Centinaia di giovani si radunano nella strada principale e corrono verso l’arco di cemento nei pressi del parco municipale per rimuovere la bandiera talebana e rimettere quella nazionale afghana del governo appena deposto. Si sentono fischi, urla, slogan. «Via i talebani, viva il nostro Paese!», gridano. Sembra una normale manifestazione, come erano abituati a fare sino a pochi giorni fa. Ma, nell’era del nuovo corso del ritorno talebano, nulla è più come prima. E infatti i talebani sparano, prima colpi singoli, poi a raffica alzo zero. I proiettili uccidono, disperdono la folla Secondo la locale Tolo Tv, ci sono almeno due ragazzi morti e decine di feriti. I proiettili rimbalzano sulle auto bloccate nel traffico, infrangono le vetrine dei negozi, fomentano confusione e panico. Ma anche rabbia. Molta rabbia. Tanto che focolai di protesta si accendono poche ore dopo in almeno altre tre province: Konar, Khowst e Laghman

Che la passività con cui la popolazione afghana ha assistito negli ultimi tempi allo sfascio del suo esercito, alla fuga della coalizione alleata e alla presa talebana del potere, stia trasformandosi infine in volontà di resistenza? «Scappato il corrotto presidente Ashraf Ghani, vaporizzato il suo governo inefficiente, ora la gente ha voglia di reagire», spiega Assaf per telefono, un ingegnere 39enne di Herat, appena fuggito con la moglie e tre figli piccoli a Kabul, che però ha ancora vivide le memorie delle vendette talebane contro gli oppositori nel passato e adesso teme una repressione terribile.

I talebani hanno promesso la riconciliazione nazionale, ma dalle regioni che ormai presidiano da anni giungono descrizioni crudeli delle loro azioni contro chiunque cerchi di ribellarsi. Non possono permettersi di perdere il controllo di Jalalabad. Vi transita la provinciale che dalla capitale conduce al celebre Kyber Pass per raggiungere Peshawar in Pakistan. È una delle regioni dell’etnia pashtun. Sull’abitato incombono le «Montagne Bianche» di Spinghar, dove tra i bunker di Tora Bora i leader di Al Qaeda avevano combattuto sino all’ultimo contro l’invasione americana nel 2001. In serata la bandiera talebana era tornata al suo posto.

Ma è attorno alla vallata del Panjshir che adesso si stanno addensando le nubi del prossimo scontro militare. La cosa non è sorprendente. Fu all’interno delle sue gole profonde che negli anni Novanta il capo militare tajiko, Ahmad Shah Massoud, fu in grado di organizzare la resistenza armata contro i talebani vittoriosi in tutto il resto del Paese. Massoud fu poi assassinato da Al Qaeda due giorni prima degli attentati dell’11 settembre 2001. Sapevano bene che lui sarebbe stato l’alleato degli americani più pericoloso. Oggi al suo posto c’è il figlio 32enne, Ahmad Massoud. Al suo fianco ci sono l’ex ministro della Difesa del governo Ghani, Bismillah Mohammadi, e soprattutto Amirullah Saleh, ex vicepresidente e per molti anni direttore dei servizi segreti legato alla Cia. Assieme stanno organizzando la difesa della vallata nella speranza di lanciare da qui l’offensiva per ricacciare i talebani. Le loro milizie stanno riprendendo il controllo delle province di Parvan e Kapisa. Sono zone ricche di diamanti e lapislazzuli, ma soprattutto delle «terre rare» a cui mirano le compagnie cinesi dell’high tech. Tutto lascia credere che lo scontro sia imminente, riavviando la spirale della guerra civile.

A Kabul, intanto, il traffico ha ripreso con intensità quasi normale. I benzinai funzionano regolarmente, gran parte dei negozi e dei mercati alimentari ha riaperto. Ma i talebani utilizzano metodi brutali per riportare l’ordine. La gente teme le migliaia di criminali liberati dalle prigioni durante la presa della città la settimana scorsa. Nei pressi del palazzo presidenziale le loro pattuglie in mattinata avevano catturato alcuni giovani sospettati di furto. Senza alcun processo sono stati frustati, le loro facce imbrattate di nero e in segno di disprezzo fotografati con le scarpe in bocca. I giornalisti locali accusano di essere stati maltrattati a Jalalabad e nei pressi dell’aeroporto di Kabul. La situazione resta molto tesa: i talebani controllano l’accesso al terminal e non esitano a ricorrere alle armi per evitare ingorghi. Ieri nella provincia di Bamiyan i miliziani hanno fatto saltare in aria una statua che raffigurava Abdul Ali Mazari, un leader della minoranza etnica hazara ucciso nel 1996.

Gli americani e gli alleati della coalizione internazionale continuano l’evacuazione. Circa 5.000 soldati Usa stanno mettendo in sicurezza l’area, l’altra notte hanno sparato in aria. Ci sono anche 25 soldati italiani incaricati di controllare le liste dei locali aventi diritto di partire per Roma. Vola solo la coalizione, restano interdette tutte le tratte civili.