– A Capodanno, il Times l’aveva inserito tra le venti facce da ricordare perché capaci di cambiare il mondo a venire. E anche se il suo 2020 è durato solo poche ore, il generale Qassem Soleimani è destinato anche da morto a lasciare un’impronta profonda nel futuro prossimo del Medio Oriente. La sua uccisione rischia di far esplodere definitivamente il conflitto tra Iran e Stati Uniti, detonando le mine che lo stesso generale dei Pasdaran aveva accuratamente disseminato nella regione. Dall’Iraq al Libano, passando per la Siria, i fronti di un eventuale scontro – con Israele nel mirino di possibili rappresaglie – sono tanti. Il primo campo di battaglia è proprio Baghdad, dove già da settimane regna un caos di cui i tanti attori interessati faticano ad avere ragione e che proprio Soleimani stava tentando di arginare a vantaggio della Repubblica islamica. In Iraq, iraniani e americani si trovano a un tiro di schioppo. Finora terreno di pericolose provocazioni – ultime l’assalto all’ambasciata Usa in risposta ai raid contro le milizie sciite Kataib Hezbollah – il Paese rischia di diventare terreno di uno scontro diretto. Nelle ultime settimane Washington vi ha trasferito buona parte del suo peso militare nella regione, dopo il parziale ritiro del nord-est della Siria e le tensioni con la Turchia, che ha frenato le operazioni americane dalla base strategica di Incirlik vicino al confine, al punto da far ipotizzare un trasferimento ad Aviano delle armi nucleari tattiche. In Iraq, sotto la direzione di Soleimani, è però cresciuta enormemente l’influenza sciita di Teheran, che vi ha riversato decine di migliaia di militanti cruciali per la lotta all’Isis dopo lo sbandamento dell’esercito di Baghdad. L’eventuale vendetta degli ayatollah potrebbe rivolgersi anche verso Israele, partendo dalla Siria – dove l’Iran ha più di un favore da riscuotere con Bashar al Assad – o dal Libano, dove Hezbollah è tra le milizie più legate a Teheran, e in cui è cresciuta l’instabilità per un’altra crisi politica di difficile composizione. E ancor più prossime sono le minacce che potrebbero giungere da Hamas e il Jihad islamico. Un contesto in cui le speranze di frenare l’escalation provocata dal raid di Trump sono riposte soprattutto in Turchia e Russia, che dopo tre anni di negoziati costanti sulla Siria portano in dote il maggiore potenziale di mediazione con la Repubblica islamica. Ankara in particolare ha reagito in modo prudente all’uccisione del comandante delle Forze Qods. Mentre cerca di raccogliere i frutti dell’offensiva anti-curda in Siria e non cessa di bombardare il Pkk in nord Iraq, Recep Tayyip Erdogan è pronto a tuffarsi nel conflitto libico e quindi invoca la «diplomazia». Anche Vladimir Putin, che ha subito inviato le condoglianze a Teheran, si dice preoccupato da una situazione che complica i piani di stabilizzazione della sua influenza in Medio Oriente. Senza l’Iran, l’equazione in Siria salta. I due leader si vedranno mercoledì a Istanbul, dove ancora una volta tratteranno per salvare i propri interessi. E magari fermare una guerra.