ROMA – Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di Roma di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, avvenuto nell’ottobre 2025. Una confessione accompagnata però da una spiegazione destinata ad aprire nuovi interrogativi: secondo quanto riferito dal suo legale, Lavitola avrebbe fatto collocare l’ordigno con l’intento di aumentare il livello di protezione del giornalista.
L’imprenditore, detenuto nel carcere di Rebibbia, è stato interrogato per oltre cinque ore alla presenza dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Non si è avvalso della facoltà di non rispondere e avrebbe sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio, escludendo però qualsiasi movente politico.
Secondo quanto riferito dall’avvocato Sergio Cola, Lavitola avrebbe spiegato di aver agito perché riteneva Ranucci esposto a gravi minacce e possibili aggressioni. L’obiettivo, nella sua versione, sarebbe stato quello di provocare un rafforzamento della scorta. L’ordigno, composto da gelatina da cava, sarebbe quindi stato fatto esplodere con quella che il difensore ha definito una finalità di protezione, pur riconoscendo la natura criminale dell’azione.
Lavitola avrebbe anche ricordato che all’epoca Ranucci disponeva di una protezione composta da due agenti e che, successivamente all’attentato, il dispositivo di sicurezza sarebbe stato significativamente potenziato.
Una ricostruzione respinta con fermezza dal legale del giornalista, Roberto De Vita, che l’ha definita sconcertante e ha ricordato come Ranucci sia sotto scorta ininterrottamente dal 2021. Secondo l’avvocato, inoltre, la notorietà del conduttore di Report era già ampiamente consolidata prima dell’attentato. La confessione, ha sottolineato, dovrà ora essere distinta dalla valutazione sulla credibilità delle motivazioni fornite dall’indagato.
I verbali dell’interrogatorio saranno esaminati dalla Procura di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi. Ranucci resta parte offesa nell’inchiesta e non è escluso che possa essere nuovamente convocato dagli investigatori per chiarire alcuni aspetti emersi dalle dichiarazioni di Lavitola e dall’analisi dei dispositivi sequestrati.
Gli inquirenti continuano infatti a valutare un possibile movente diverso da quello dichiarato dall’imprenditore. Al centro dell’indagine vi sarebbe anche il progetto politico che Lavitola avrebbe immaginato per Ranucci, prospettandogli in alcune conversazioni persino una futura candidatura alla presidenza del Consiglio. Dopo l’attentato sarebbe stato inoltre commissionato un sondaggio sul quale lo stesso giornalista avrebbe fornito alcune osservazioni.
Parallelamente proseguono le ricerche degli altri soggetti ritenuti coinvolti nell’attentato. I magistrati stanno avviando le procedure per l’estradizione di Gomes Tavares, cittadino camerunense attualmente latitante, che secondo l’accusa avrebbe svolto il ruolo di intermediario con il gruppo incaricato dell’azione e partecipato, insieme a Lavitola, ad almeno due sopralluoghi nei pressi dell’abitazione di Ranucci.
La confessione di Lavitola rappresenta dunque un passaggio importante dell’inchiesta, ma lascia aperti numerosi interrogativi. Saranno ora gli approfondimenti della Procura a stabilire se la versione fornita dall’indagato trovi riscontri e quale sia stato il reale movente dell’attentato.










