Dal negozio di  barbiere alla formazione all’Accademia Silvio d’Amico, fino ai primi ruoli tra cinema, serie e teatro. A 25 anni un giovane attore racconta il coraggio di abbandonare un percorso sicuro, il peso emotivo dei personaggi interpretati e una carriera ancora in costruzione, tra disciplina, sacrificio e consapevolezza del mestiere. E poi il segreto di un amore condiviso da molti romani: il padel

Di Stefania Pascucci

Abbiamo incontrato ai margini di un campo di Padel romano Piero Rogandelli, attore pugliese destinato a una brillante carriera artistica. In questi giorni stai facendo parecchi provini, perché?

Perché il cinema e la TV sfornano sempre nuovi progetti.  Ci sono diversi ruoli che mi vengono proposti; grazie al mio agente Paolo Fidemi,  riesco a provare diversi personaggi.

Sei giovanissimo, hai 25 anni, ma quando è arrivato in te il “sacro fuoco dell’arte”?

Tardi rispetto alla media, a 20 anni. Avevo un’altra vita completamente diversa da quella dell’attore. Facevo il barbiere, questo mestiere l’ho iniziato quando avevo 15 anni, prima di allora non avevo mai pensato di fare l’attore. Però poi durante il Covid (2020, ndr) c’è stato questo momento in cui siamo rimasti tutti chiusi in casa a pensare con noi stessi e lì mi è venuta un’illuminazione, ero con la mia famiglia a vedere un film, Shutter Island.

E cosa ti è venuto in mente mentre vedevi questo film?

Ho pensato che avrei voluto essere al posto di quel personaggio.

L'attore Piero Rogandelli
L’attore Piero Rogandelli – Credits Filmmakers

E ti è scattata la molla?

Sì, da lì poi ho cominciato a cercare a Bari (luogo di nascita di Piero, ndr) come si potesse iniziare a fare l’attore, ma al Sud purtroppo non c’è ancora una realtà avviata su questo tema.  Le risposte che cercavo le ho trovate a Roma. Poi mi sono ritrovato a fare un film a Bari, uscito al cinema con il titolo Anima in fuga, il cui regista è Leonardo Ginefra. Quel ruolo è stato il mio primo test. E mi sono ritrovato proiettato su uno schermo del cinema da un giorno all’altro. E quasi ero geloso di questa novità al punto tale che sono andato a “vedermi” da solo .

Perché geloso?

Perché pensavo che qualcuno potesse distruggermi il sogno, dicendomi: “No, non ce la potrai fare”.

E, allora, ti sei messo a studiare per diventare un professionista della recitazione.

Poi sì, e mi sono trasferito a Roma, iniziando a studiare presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, dove mi sono diplomato nel 2024. Ovviamente da quel momento è stato tutto un po’ più semplice. Ho conosciuto il mio agente e ho cominciato con i primi ruoli; il primo l’ho girato dopo tre mesi con la regista Milena Cocozza, all’epoca stava registrando “Mare fuori”, una grande esperienza lavorare con lei.

Una carriera nell’ambito della recitazione, diciamo così, ancora tutta in salita.

Sì, ovviamente queste sono soltanto prime esperienze. Vengo adesso da un progetto che ho girato con Sasha Carlesi, un progetto importante in cui sono il protagonista di una storia ambientata negli anni Ottanta e che racconta il mondo dei film per adulti in cui non c’erano protezioni e l’Aids non era ancora conosciuto. Per questo motivo il mio personaggio alla fine si ammala.

Ammalarsi di AIDS negli anni ’80 significava ricevere una diagnosi quasi certamente fatale, come una condanna a morte, in un contesto di profonda ignoranza, paura e stigma sociale. Una serie importante che riesuma un periodo buio che durò fino all’87 anno in cui ci furono le prime cure efficaci per contrastare il virus Hiv.

E’ una serie che andrà su Netflix dal titolo Corpi viola. Ci sono ruoli che non si interpretano soltanto. Non è stato facile portare addosso una storia così, necessaria per ricordare cosa significa non sapere e cosa succede quando si paga il prezzo di un’epoca.

Cosa pensi del tuo futuro di attore?

Sono nella fase iniziale. I primi quattro anni io li conto come un punto di partenza. Non ho ancora un’identità attoriale, molti dei progetti che faccio non vengono visti, non vengono considerati più di tanto. Comunque nell’ultimo anno ho girato due serie, due spettacoli a teatro, due cortometraggi, uno dei quali ha vinto il Giffoni Film Festival. Quindi l’ultimo anno è stato quello più proficuo, spero i prossimi lo saranno altrettanto.

Qual è la tua, diciamo così, la tua attitudine: verso il cinema o il teatro?

La mia è stata una formazione teatrale, invece la mia prima esperienza è stata al cinema. Da subito ho iniziato a lavorare con la macchina, mi sento più in confidenza, a mio agio su un set rispetto a un palco perché su un palco metti in gioco tutto, il teatro è molto più rischioso della camera.

Il teatro è più faticoso per un attore?

Quando sei su un set sei controllato, hai le tue pause, hai i tuoi momenti, invece in teatro ti metti a nudo e delle volte ne esci bene, delle volte ne esci male a livello psicologico ed emotivo.

A livello attoriale il tuo genere preferito qual è?

Non c’è, perché secondo me non esiste un genere recitativo. Esiste magari un genere di film però un personaggio drammatico poi può essere anche comico nella sua drammaticità. Quando abbiamo fatto Sceneggiatura c’era un particolare che veniva chiamato ironia drammatica. Questo per dire che non esiste né una cosa totalmente ironica né una cosa totalmente drammatica, c’è sempre un dualismo. Io mi sento, ovviamente, come quasi la metà degli attori, più portato sul drammatico, non sul raccontare storie con un peso ma perché è più facile legarsi a un dolore rispetto a una comicità che è abbastanza naturale. Alberto Sordi e tutti gli esempi che abbiamo della commedia all’italiana sono i miti, però, loro non hanno studiato per essere sè stessi.

La tua famiglia è d’accordo in questa sceltaTi pesa non vivere più con loro?

All’inizio mi è pesato. Mia sorella era appena nata, i miei genitori  sono giovani, mia mamma ha 45 anni, mio papà 48. Ho sempre pensato alla mia famiglia nell’ottica di una realtà del sud. Poi all’inizio quando è scattata in me la decisione di lavorare nel mondo degli attori, i mei genitori  non erano ovviamente d’accordo perché c’è sempre il pregiudizio…

Del lavoro fisso?

Esatto, che poi era quello che avevo poi avevo perché dopo aver fatto il barbiere ero entrato in un’azienda tramite mio padre. E quando ho dovuto firmare le dimissioni a vent’anni mio padre non l’ha presa benissimo.

Non ha presa bene la tua decisione di diventare attore. Oggi invece?

Oggi sono contenti, anche loro mi hanno visto in tv, mi hanno visto al cinema, sono venuti a vedermi a Roma al teatro India. Lo spettacolo più tosto da reggere per me è stato quello in cui loro erano tra il pubblico. E mi ricordo che le prime dieci battute le avevo dette tremando.

I tuoi peggiori critici sono i tuoi genitori?

Sì, qualsiasi altro critico cinematografico, teatrale lo avrei subito di meno, molto meno.

So che sei anche un ottimo giocatore di padel. È il tuo sport preferito, oppure no?

Sono nato con i film di Bruce Lee e quindi ho sempre praticato arti marziali nella mia vita. Solo che – come diciamo al sud -noi ci adattiamo a ogni situazione e quando sono arrivato a Roma si giocava a padel.

E, allora?

Ho iniziato a lavorare in un circolo di padel  dove ho trovato calore e amicizia. Ormai pratico questo sport di racchetta da quattro anni,  a livelli abbastanza alti. Nel frattempo sono diventato socio e gestore di un circolo di Padel a Roma: una responsabilità che mi ha dato stabilità economica ma anche posto davanti a molte sfide, insegnandomi il valore dell’impegno e della costanza.  Il mio percorso è fatto di scelte coraggiose, di cadute e di segnali che mi hanno tenuto sulla strada giusta. A volte basta un solo sì, un solo segnale, per cambiare tutto.