Dalle scarcerazioni facili dei detenuti per la tutela del coronavirus, quelle dei boss mafiosi, alla nomina del nuovo responsabile del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria al cui ruolo era stato proposto Nino Di Matteo, pm protagonista indiscusso nel processo trattativa Stato-mafia, oggi sotto scorta. Il Guardasigilli promette anche un decreto legge che permetterà ai magistrati di sorveglianza di rivalutare le scarcerazioni già disposte. Opposizioni verso la sfiducia

 

foto bonafede + di matteo B-N layout_PiccolaScarcerazione di boss, anche pericolosi, a causa del Covid-19. Le ultime mosse del Governo però non sono piaciute all’opposizione, ma soprattutto all’opinione pubblica. E le polemiche, in questi giorni, non si sono placate, costringendo Alfonso Bonafede (nella foto in alto), ministro della Giustizia, siciliano di nascita trapiantato a Firenze, a giustificarsi di quel Dcpm che ha dato la possibilità ai carcerati, anche boss mafiosi al 41 bis, di uscire e fare la quarantena a casa propria. Su questi fatti si è innescata una vecchia storia tra Di Matteo e Bonafede per alcune nomine poi non andate a buon fine, in particolare quella del rinnovo del Dap di qualche giorno fa. E invece di parlare chiaramente della situazione definita da molti “scandalosa” come l’uscita dal carcere di criminali del calibro di Franco Cataldo, un mafioso condannato all’ergastolo per essere stato fra i carcerieri di Giuseppe Di Matteo, il bambino assassinato e sciolto nell’acido da Cosa nostra, il question time ha preso una piega diversa. «Anche con riferimento alla recente nomina del nuovo Capo Dipartimento, ho seguito mie valutazioni personali nella scelta, la cui discrezionalità rivendico», ha detto il ministro della Giustizia, riferendosi alla nomina del nuovo capo del Dap Dino Petralia, rispondendo a un’interrogazione al Question Time alla Camera sullo ‘scontro’ con Nino Di Matteo relativo alla sua mancata nomina nel 2018 per quel ruolo.

Il Guardasigilli, infatti, si è presentato oggi all’emiciclo di Montecitorio per rispondere a una richiesta di chiarimenti dal deputato di FI Pierantonio Zanettin.

Il ministro ha ricostruito quanto accadde a giugno del 2018 nella sua interlocuzione con Di Matteo: «pensai a due ruoli per lui: o il vertice dell’amministrazione penitenziaria oppure un ruolo che fosse in qualche modo equivalente alla posizione ricoperta a suo tempo da Giovanni Falcone, eventualmente a seguito di riorganizzazione». «Mi convinsi, dopo una prima telefonata e in occasione del primo incontro al ministero, che questa seconda opzione fosse la più adeguata perché avrebbe consentito al dottor Di Matteo di lavorare in Via Arenula, al mio fianco – ha riferito Bonafede – Inoltre, la notizia di Di Matteo al ministero sulla scia di quello che aveva rappresentato Giovanni Falcone, ritenevo sarebbe stata deflagrante e avrebbe consegnato un messaggio chiaro e inequivocabile per tutte le mafie. Come ormai noto, non ci furono i presupposti per realizzare la auspicata collaborazione».

Oggi Nino Di Matteo (nella foto in basso) è arrivato al Csm, l’organo di autodisciplina dei magistrati. Dopo aver seguito per anni il maxi processo sulla ipotetica trattativa Stato mafia e aver subito minacce direttamente dal “capo dei capi”, il boss di Corleone Totò Riina è diventato il pm più scortato. Sulla vicenda della mancata nomina di Nino Di Matteo nel 2018 alla guida del Dap si è sviluppato «un dibattito politico surreale». Così il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al Question Time alla Camera. «Ogni ipotesi o illazione costruita in questi giorni da alcune forze politiche, è del tutto campata in aria perché, come emerso dalla ricostruzione temporale dei fatti, le dichiarazioni di alcuni boss erano già note al Ministero dal 9 giugno 2018 e quindi ben prima di ogni interlocuzione con il diretto interessato», ha ribadito il ministro, riferendosi alle intercettazioni di alcuni detenuti al 41 bis che avrebbero dimostrato il mancato gradimento per la nomina di Di Matteo.

 

E sulla scarcerazione di molti boss, «È in cantiere – ha dichiarato Bonafede -un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l’attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni di detenuti di alta sicurezza e al 41 bis». «Vergognosa e assurda». Così la Lega Sicilia bolla l’avvenuta scarcerazione di Franco Cataldo un mafioso condannato all’ergastolo per essere stato fra i carcerieri di Giuseppe Di Matteo, il bambino assassinato e sciolto nell’acido da Cosa nostra. «Il ministro Bonafede è palesemente inadeguato al proprio ruolo – sottolinea il segretario regionale della Lega Stefano Candiani – perché siamo davanti all’ultimo atto di una gestione approssimativa di un dicastero delicato e strategico come la giustizia. Queste scarcerazioni, che si susseguono ormai a ritmo incessante, avallano il messaggio che lo Stato, le istituzioni, non hanno memoria. Noi invece non dimentichiamo e pretendiamo che i mafiosi tornino e restino in galera». Secondo Candiani, «il fatto che Bonafede stia studiando una norma che consenta ai magistrati di sorveglianza di rivalutare le scarcerazioni già disposte, vuol dire mettere una pezza a una situazione che è chiaramente sfuggita di mano, segno evidente di incompetenza. Se a questo – conclude – si aggiungono le continue gaffes del ministro sui temi della giustizia e l’ultima gravissima vicenda del mancato affidamento del Dap al magistrato Nino Di Matteo, dopo che i boss si sarebbero lamentati di questa ventilata possibilità, si comprende che l’unica strada percorribile è quella delle dimissioni immediate di Bonafede da ministro».

Il Guardasigilli ha voluto anche  rimarcare la sua legittimità a decidere  per competenza. «Con riferimento alla recente nomina del nuovo Capo Dipartimento, ho seguito mie valutazioni personali nella scelta, la cui discrezionalità rivendico», ha detto Bonafede all’aula di Montecitorio. Gius. Cec.