Servono migliaia di operai. Sos pomodori, dopo 10 maggio è tardi

– La natura decide e non aspetta. Non i tempi della burocrazia umana, figurarsi i divieti imposti da una pandemia. Senza braccia pronte a raccogliere asparagi, carciofi, funghi e tra un pò mirtilli e ciliegie, oltre a piantare i pomodori, frutta e verdura rischiano di restare lì dove sono. La livella del coronavirus cala anche sull’agricoltura che da nord a sud si affida agli stagionali per le raccolte. Molti sono stranieri, spesso itineranti in base al lavoro nei campi. Passano quindi dalla stagione degli agrumi in Calabria agli asparagi pugliesi o alle pesche romagnole fino alle mele di Saluzzo, in Piemonte. Ma il Covid-19 ha sospeso tutto. E all’appello mancano migliaia di lavoratori: secondo la Flai-Cgil nel Foggiano ne servirebbero quasi 8000, 22 mila in tutta la Toscana per la Confederazione agricoltori. Complice anche lo stop al decreto flussi che proprio per l’emergenza sanitaria non è mai partito quest’anno (nel 2019 aprì a 18 mila stagionali), mentre non mancano i dubbi sull’alternativa dei voucher. Sull’estensione e liberalizzazione c’è il no secco e in coro dei leader di Cgil, Cisl e Uil. «È una modalità inopportuna», denunciano scrivendo al premier Conte. Pur essendo un settore essenziale, e quindi tra i pochi attivi, da settimane l’agricoltura arranca per il divieto agli spostamenti deciso per frenare i contagi. E potrebbe andare peggio. «Ho una decina di operai bloccati tra Veneto, Bulgaria e Romania. Li aspettavo per raccogliere carciofi e asparagi – racconta Giuseppe Vaira, produttore del Foggiano che ha una cinquantina di ettari coltivati così – Sono produzioni che in genere vendo a ristoranti, pizzerie o all’estero, ma ora è impossibile. Si fa quel che si può ma ho calcolato che nel primo trimestre dell’anno ho il 60% del fatturato in meno, rispetto allo stesso periodo del 2019». Raccolte al ralenti anche in Emilia-Romagna dove pesa la mancanza di manodopera dell’Est. «I lavoratori stagionali sono rimasti nel loro Paese e alcune aziende di ortaggi sono già a rischio», spiega Carlo Piccinini, imprenditore vitivinicolo e presidente di Confcooperative FedAgriPesca Emilia-Romagna, che riunisce oltre 400 cooperative agroalimentari con 55mila soci produttori. Una mancanza che Confagricoltura Bologna stima in 1000 lavoratori in meno, per lo più stranieri. «Non verranno – ammette il presidente di Confagricoltura Guglielmo Garagnani – Addirittura c’è il rischio che non vengano nemmeno lavoratori di altre regioni. Chiediamo a governo e Regione di fare presto e ascoltarci». Tempi stretti anche per i pomodori: il primo step è piantarli. In genere si fa tra metà aprile e maggio. Ma avverte Daniele Iacovelli, segretario generale della Flai Cgil di Foggia, la deadline diventa il 10 maggio. «Oltre quella data si rischia di non poter avviare la produzione». La natura e il clima non aspettano, difficile facciano eccezioni per il Covid. In quel pezzo di Puglia che conta circa 7000 aziende agricole e un totale di 45 mila braccianti (per metà stranieri, secondo dati del 2018), la mancanza di manodopera si aggira tra i 6000 e 8000 lavoratori. Preoccupazione anche a Saluzzo, borgo ai piedi del Monviso che è il secondo polo produttivo di frutta in Italia e meta dei braccianti dal sud con 5000 imprese. Per la Coldiretti il ‘bucò è di almeno 3000 stagionali, fino a 8000 per il sindaco Mauro Calderoni che rimarca che la filiera va gestita in modo serio e per tempo. In ansia Silvia Migliore, che con la sua famiglia coltiva 30 ettari di frutta da maggio a novembre. «Temo per le ciliegie. Sono le prime che raccolgo a giugno ed è impossibile farcela con i nostri 5-6 lavoratori fissi. In genere ne abbiamo una ventina, da anni sono albanesi che vengono con il decreto flussi. Ma ora come si fa? Così non riusciamo nemmeno a raccogliere un quinto della frutta sugli alberi. Spero in un piano B. Il governo ci aiuti». (