Oggi, domenica 4 ottobre, quasi 159 milioni di elettori chiamati alle urne. I sondaggi indicano un vantaggio di Lula al primo turno, ma un eventuale ballottaggio resta apertissimo. Sullo sfondo pesano sicurezza, costo della vita, rapporti con Trump e il ruolo internazionale di Brasilia
BRASILIA – Il Brasile si prepara a una delle elezioni presidenziali più incerte e polarizzate della sua storia recente. Domenica 4 ottobre il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva cercherà un quarto mandato non consecutivo, mentre il principale sfidante sarà il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro e candidato del Partido Liberal.
La prospettiva più probabile, secondo gli ultimi sondaggi, è che nessuno dei candidati raggiunga al primo turno la maggioranza assoluta dei voti validi, rendendo necessario un ballottaggio il 25 ottobre. Ma a poche ore dall’apertura dei seggi il risultato resta tutt’altro che scontato.

L’ultima rilevazione CNT/MDA, pubblicata il 3 ottobre, assegna a Lula il 43,1% delle intenzioni di voto, contro il 38% di Flávio Bolsonaro. Considerando soltanto i voti validi, il presidente uscente sale al 47,8% e il rivale al 42,1%, percentuali che renderebbero comunque necessario il secondo turno. Il sondaggio è stato realizzato su 2.007 elettori tra il 30 settembre e il 2 ottobre, con un margine d’errore di 2,2 punti percentuali.
Il dato più rilevante riguarda però l’eventuale confronto diretto. La stessa CNT/MDA attribuisce a Lula il 47,3% contro il 43,1% di Bolsonaro, mentre altri istituti fotografano una situazione ancora più equilibrata. AtlasIntel/Bloomberg, ad esempio, ha rilevato nei giorni scorsi un sostanziale pareggio, con Flávio al 47,7% e Lula al 47,6%. Datafolha assegna invece al presidente uscente un vantaggio di tre punti.
Il quadro complessivo mostra quindi un Lula generalmente davanti al primo turno, ma un secondo turno nel quale lo scarto tra i due candidati potrebbe ridursi drasticamente.
I due principali contendenti hanno chiuso la campagna elettorale a San Paolo.
Lula ha puntato nuovamente sulla difesa della democrazia e della sovranità nazionale, descrivendo il voto come una scelta tra due modelli opposti di Brasile. Reuters riferisce che il presidente ha presentato la sfida come un confronto tra democrazia e “barbarie”, mentre il Partido dos Trabalhadores ha cercato di mobilitare soprattutto gli elettori che potrebbero decidere di non recarsi alle urne.
Flávio Bolsonaro ha invece concentrato la propria campagna su criminalità, sicurezza pubblica, liberalizzazione dell’economia e valori conservatori. Tra le sue proposte figurano un approccio più duro contro le organizzazioni criminali, la costruzione di grandi strutture carcerarie e la classificazione delle principali bande transnazionali come organizzazioni terroristiche. AP News
La sicurezza è diventata infatti uno dei temi dominanti della campagna, insieme al costo della vita, alla situazione economica e alle accuse di corruzione che hanno alimentato lo scontro tra i due schieramenti.
A pesare sulla competizione è inevitabilmente anche la figura dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Nel settembre 2025 Bolsonaro è stato condannato dal Supremo Tribunal Federal a 27 anni e tre mesi di reclusione per il tentativo di sovvertire l’esito delle elezioni del 2022 e per altri reati collegati al progetto golpista. Attualmente sta scontando la pena agli arresti domiciliari per motivi di salute.
Nonostante l’incompatibilità con una candidatura, Bolsonaro continua a esercitare una forte influenza sull’elettorato conservatore e ha indicato nel figlio Flávio il proprio erede politico. Reuters ha ricostruito come la candidatura sia maturata proprio dopo il sostegno esplicito dell’ex presidente.
Flávio ha inoltre promesso di intervenire sulle vicende giudiziarie della propria famiglia qualora venisse eletto. Questo rende il destino politico e giudiziario del padre uno dei temi indirettamente presenti nella competizione elettorale.
Lula e Trump, due visioni opposte del ruolo del Brasile
Il voto avrà conseguenze che superano ampiamente i confini nazionali.
Lula ha costruito la propria politica estera sul multilateralismo, sull’autonomia strategica del Brasile e sul rafforzamento dei rapporti con Cina, Europa, Brics e Paesi del Sud globale.
All’Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre ha ribadito la propria opposizione alle pressioni straniere, dichiarando che “il Brasile non è il cortile di nessuno” e denunciando quelle che considera interferenze esterne nella politica interna brasiliana.
Flávio Bolsonaro propone invece un netto riavvicinamento agli Stati Uniti guidati da Donald Trump.
Nel maggio scorso il candidato brasiliano è stato ricevuto alla Casa Bianca e ha promesso che, in caso di vittoria, il Brasile aderirà allo “Shield of the Americas”, l’alleanza promossa dall’amministrazione Trump contro narcotraffico e criminalità organizzata.
La coalizione, nata a marzo, riunisce governi latinoamericani prevalentemente conservatori ed è caratterizzata da un’impostazione particolarmente dura contro cartelli e organizzazioni criminali, compreso il possibile ricorso a strumenti militari. Brasile e Messico ne sono rimasti finora fuori.
Trump ha dichiarato nei giorni scorsi di seguire “molto da vicino” le elezioni brasiliane, sottolineandone l’importanza strategica.
Il Brasile al centro degli equilibri globali
L’interesse internazionale per il voto è legato anche al peso economico e strategico del Paese.
Secondo le più recenti proiezioni del Fondo monetario internazionale, il Brasile dovrebbe tornare nel 2026 a essere la decima economia mondiale in termini di Pil nominale, con un prodotto interno lordo stimato intorno ai 2.600 miliardi di dollari. Governo del Regno Unito
Il Paese dispone inoltre di enormi risorse naturali, agricole, energetiche e minerarie. Possiede circa il 12% delle risorse mondiali di acqua dolce e alcune tra le maggiori riserve conosciute di minerali strategici, comprese le terre rare, sempre più importanti per batterie, elettronica, difesa e transizione energetica.
È proprio questa combinazione di dimensioni economiche, risorse e influenza diplomatica a trasformare il voto brasiliano in una partita osservata attentamente da Washington, Pechino e dalle principali capitali europee.
Secondo i dati ufficiali del Tribunal Superior Eleitoral, saranno 158.765.543 gli elettori abilitati al voto, quindi leggermente meno dei 160 milioni indicati in alcune ricostruzioni.
Le urne saranno aperte dalle 8 alle 17 secondo l’orario di Brasilia, corrispondenti alle 13-22 in Italia. Il sistema è interamente elettronico e la totalizzazione dei risultati potrà iniziare subito dopo la chiusura contemporanea dei seggi in tutto il Paese. TSE
Il voto è obbligatorio per i cittadini alfabetizzati tra i 18 e i 70 anni, mentre è facoltativo per i sedicenni e diciassettenni, per gli analfabeti e per chi ha più di 70 anni. Chi non vota senza giustificazione può essere chiamato a pagare una sanzione fino a 3,51 real per ciascuna assenza.
Per garantire la sicurezza, il TSE ha autorizzato l’impiego delle forze federali in 136 comuni di 12 Stati, su richiesta delle autorità elettorali locali. La misura non equivale però a un dispiegamento generalizzato di militari in tutti i seggi del Brasile.
Oggi, 4 ottobre i brasiliani non sceglieranno soltanto il capo dello Stato.
Saranno eletti anche i 27 governatori, tutti i 513 deputati federali, 54 degli 81 senatori, oltre a 1.035 deputati statali e 24 deputati del Distretto federale.
Il rinnovo di due terzi del Senato rende questa consultazione particolarmente importante. Il prossimo presidente dovrà infatti confrontarsi con un Congresso che potrebbe determinare la fattibilità delle riforme economiche, sociali e istituzionali e incidere persino sulle future nomine al Supremo Tribunal Federal e alle principali autorità pubbliche.
Il Sudest può decidere ancora una volta la presidenza
Il Nordest, tradizionale roccaforte di Lula e del PT, conta oltre 43,5 milioni di elettori. Il Sud ne ha circa 22,9 milioni, il Centro-Ovest circa 12 milioni e il Nord poco più di 13,1 milioni.
Ma il terreno decisivo potrebbe essere ancora una volta il Sudest, dove si concentra il 41,8% dell’intero corpo elettorale brasiliano: oltre 66,3 milioni di persone. Il solo Stato di San Paolo conta più di 34 milioni di elettori, mentre Minas Gerais ne ha oltre 16,3 milioni.
Minas Gerais conserva inoltre un forte valore simbolico: nella storia democratica recente del Brasile il suo risultato ha spesso anticipato l’esito nazionale, motivo per cui entrambi gli schieramenti hanno dedicato particolare attenzione allo Stato nelle ultime settimane.
La sfida tra Lula e Flávio Bolsonaro arriva in un momento in cui il quadro politico latinoamericano è cambiato rapidamente.
Diverse vittorie delle destre hanno ridotto il numero dei governi progressisti nella regione e rafforzato l’asse politico tra Washington e numerosi esecutivi conservatori. Per questo una nuova vittoria di Lula consentirebbe al Brasile di continuare a rappresentare uno dei principali contrappesi alla strategia regionale di Trump; una vittoria di Bolsonaro, al contrario, potrebbe avvicinare Brasilia al blocco conservatore e modificare sensibilmente gli equilibri diplomatici del continente.
Prima di qualsiasi scenario geopolitico, però, saranno le urne a parlare.
A poche ore dal voto, gli unici dati sufficientemente solidi indicano Lula favorito per il primo posto ma lontano dalla certezza di vincere al primo turno, mentre un eventuale confronto del 25 ottobre resta sostanzialmente aperto.
Per il Brasile si profila dunque non soltanto una scelta tra due candidati, ma tra due idee molto diverse di Stato, economia, sicurezza e collocazione internazionale. E con quasi 159 milioni di elettori chiamati a decidere, il verdetto potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini del gigante sudamericano.