Dopo la condanna in primo grado di tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani, cresce lo scontro politico. Tajani respinge le accuse delle opposizioni, mentre la premier rivendica la scelta di mantenere aperti i rapporti diplomatici con l’Egitto.
La ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni deve proseguire sul piano giudiziario senza interrompere il dialogo politico e diplomatico con l’Egitto. È questa la linea ribadita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta da Praga all’indomani della sentenza della Corte d’Assise di Roma che ha segnato un passaggio fondamentale in una vicenda aperta ormai da oltre dieci anni.
La premier ha espresso nuovamente vicinanza alla famiglia del ricercatore friulano, sottolineando che la sua richiesta di «verità e giustizia» coincide con quella dello Stato italiano. Allo stesso tempo ha difeso la strategia seguita dal governo nei confronti del Cairo: interrompere i rapporti politici e diplomatici, secondo Meloni, rischierebbe di rendere più difficile e non più semplice il raggiungimento degli obiettivi italiani.
Il pronunciamento della Prima Corte d’Assise di Roma è arrivato il 28 settembre. Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro di Giulio Regeni, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016. Il generale Tariq Sabir è stato invece assolto. Non è stata riconosciuta la responsabilità contestata per l’omicidio.
Il corpo del ricercatore italiano, che al Cairo stava svolgendo attività di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, venne ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo la strada che collega la capitale ad Alessandria, con evidenti segni di violenze e torture. Il processo si è svolto in assenza degli imputati, dopo un complesso percorso giudiziario reso particolarmente difficile dalla mancata collaborazione delle autorità egiziane nell’individuazione e nella notifica degli atti agli accusati.
Proprio l’impasse determinata dall’assenza degli imputati aveva portato la questione davanti alla Corte costituzionale. Con la sentenza 192 del 2023, la Consulta aveva consentito di superare l’ostacolo che impediva la prosecuzione del processo quando era lo stesso Stato di appartenenza degli imputati a non collaborare alla loro reperibilità.
Le motivazioni del verdetto della Corte d’Assise dovranno essere depositate entro 90 giorni. Soltanto dopo la loro lettura sarà possibile comprendere compiutamente il percorso seguito dai giudici e valutare gli eventuali successivi passaggi processuali.
Interpellata sulle possibili iniziative nei confronti dell’Egitto, compresa la questione dell’estradizione dei condannati, Meloni ha ricordato che la sentenza non è definitiva e che ogni passo dovrà essere compiuto rispettando tempi e procedure giudiziarie.
Il governo, ha sottolineato la presidente del Consiglio, ha utilizzato in questi anni diversi strumenti, compresi quelli politici e diplomatici, mantenendo aperto il confronto con il Cairo. La posizione dell’esecutivo è quindi quella di proseguire parallelamente lungo due direttrici: sostenere l’azione della magistratura italiana e, allo stesso tempo, conservare interlocuzioni con le autorità egiziane.
Una scelta che si inserisce in una relazione bilaterale complessa. L’Egitto rappresenta infatti per Roma un interlocutore di rilievo nel Mediterraneo su dossier che comprendono sicurezza regionale, migrazioni ed energia. Negli ultimi anni Italia ed Egitto hanno mantenuto una fitta rete di rapporti politici ed economici, nonostante il caso Regeni abbia prodotto una delle crisi più profonde nei rapporti fra i due Paesi.
A innescare la polemica era stato Antonio Tajani. Commentando la sentenza, il ministro degli Esteri aveva osservato che la decisione dei giudici riguardava tre persone e non una condanna dell’Egitto come Stato.
Dopo le critiche ricevute, il vicepremier ha precisato di essersi limitato a descrivere il contenuto giuridico della pronuncia. La sentenza, secondo Tajani, rimane «limitata» perché non individua i responsabili dell’omicidio di Regeni. Il ministro ha assicurato che il governo continuerà a chiedere piena collaborazione al Cairo e ha rivendicato il ruolo della diplomazia, sostenendo che agire con discrezione non significhi rinunciare alla ricerca della verità.
Tajani ha inoltre richiamato altre vicende affrontate attraverso l’interlocuzione con l’Egitto, citando il caso di Patrick Zaki e il lavoro diplomatico in corso per Nassy Guerra e sua figlia, bloccate nel Paese.
Le spiegazioni del ministro non hanno però spento le polemiche. Le forze di opposizione hanno chiesto che Tajani riferisca in Parlamento sulla posizione del governo e sulle iniziative che Roma intende adottare dopo la sentenza.
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha duramente contestato le dichiarazioni del vicepremier, sostenendo che la pronuncia della Corte non possa essere separata dal ruolo ricoperto dai condannati all’interno degli apparati di sicurezza egiziani. Anche il Movimento 5 Stelle ha chiesto un’informativa parlamentare sulle iniziative assunte nei confronti del Cairo, mentre da Alleanza Verdi e Sinistra e da +Europa sono arrivate ulteriori critiche alla linea espressa dal ministro.
Tajani, dal canto suo, ha fatto sapere di non avere difficoltà a presentarsi davanti alle Camere e ha respinto l’accusa che il governo voglia attenuare le responsabilità emerse dal processo.
A difesa di una posizione più prudente è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, invitando ad attendere le motivazioni della sentenza prima di trarre conclusioni definitive e sottolineando la necessità che l’Italia compia quanto necessario per arrivare, nei passaggi previsti dalla legge, all’esecuzione delle decisioni giudiziarie.
Di segno differente la posizione espressa dalla famiglia Regeni attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini. Dopo il verdetto, la legale ha sottolineato come l’impianto probatorio costruito dalla Procura abbia superato il vaglio della Corte, pur evidenziando la necessità di attendere le motivazioni.
La famiglia ha definito il risultato giudiziario una conferma della propria fiducia nella giustizia e ha chiesto al governo italiano di trarne conseguenze anche sul piano dei rapporti con l’Egitto. Ballerini ha invocato una linea molto più netta nei confronti del Cairo, fino alla rottura delle relazioni.
Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha invece evidenziato un altro elemento del verdetto: tre persone appartenenti agli apparati dello Stato egiziano sono state riconosciute responsabili del sequestro nonostante, ha ricordato, una collaborazione delle autorità del Cairo giudicata non proficua dagli inquirenti italiani.
A dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sentenza di primo grado rappresenta dunque un passaggio giudiziario di grande rilievo, ma non chiude il caso. Restano da conoscere le motivazioni, sono possibili ulteriori gradi di giudizio e soprattutto rimane senza una condanna l’omicidio del ricercatore.
Sul piano politico, invece, il verdetto ha riaperto il confronto su quale debba essere il rapporto dell’Italia con l’Egitto. Da una parte la famiglia Regeni e le opposizioni chiedono iniziative più incisive verso il Cairo; dall’altra il governo sostiene che mantenere aperti i canali diplomatici sia uno strumento necessario proprio per continuare a cercare collaborazione e ottenere risultati.
Due piani, quello della giustizia e quello della politica estera, che dopo la decisione della Corte d’Assise tornano così a incrociarsi attorno alla stessa domanda rimasta aperta dal 2016: arrivare alla piena ricostruzione di quanto accadde a Giulio Regeni e individuare tutte le responsabilità della sua morte.










