ROMA – A più di dieci anni dalla scomparsa e dalla morte di Giulio Regeni arriva la prima sentenza di merito nel processo celebrato a Roma contro quattro appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. La prima Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni di reclusione il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, riconoscendoli colpevoli del sequestro del ricercatore italiano. Il generale Tariq Sabir è stato invece assolto.
Il verdetto non ha però accolto la parte più grave dell’impianto accusatorio. Per Sharif, al quale era contestato anche l’omicidio aggravato, la Procura aveva chiesto l’ergastolo; per gli altri tre imputati erano state sollecitate pene di 17 anni e sei mesi. I giudici hanno ritenuto provato il sequestro, ma non hanno individuato elementi sufficienti per attribuire agli imputati, sul piano della responsabilità penale individuale, l’uccisione e le violenze culminate nella morte del giovane ricercatore.
Giulio Regeni, 28 anni, dottorando dell’Università di Cambridge impegnato in una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio lungo la strada tra il Cairo e Alessandria d’Egitto, con numerosi segni di violenza e tortura.
Secondo la ricostruzione sostenuta dalla Procura di Roma durante il dibattimento, Regeni sarebbe stato seguito e poi sequestrato perché erroneamente sospettato di svolgere attività di intelligence. La sentenza, per quanto emerge dal dispositivo e dalle prime dichiarazioni dei magistrati, riconosce che il sequestro fu realizzato da uomini riconducibili agli apparati di sicurezza egiziani.
Resta invece aperto il nodo della responsabilità per quanto avvenuto dopo il sequestro. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha osservato che, in attesa delle motivazioni, il dispositivo sembra indicare che le prove raccolte non siano state considerate sufficienti per attribuire specificamente a Sharif l’omicidio. La Procura valuterà un eventuale appello dopo il deposito delle motivazioni.
Il procedimento è arrivato alla sentenza dopo un iter particolarmente complesso. Nel dicembre 2018 la Procura di Roma iscrisse nel registro degli indagati alcuni esponenti dei servizi egiziani. Nel maggio 2021 quattro di loro furono rinviati a giudizio, ma nell’ottobre dello stesso anno il processo si fermò perché non era possibile dimostrare che gli imputati fossero a conoscenza del procedimento celebrato in Italia.
La vicenda passò quindi per la Corte costituzionale. Dopo diversi interventi sul tema del processo in assenza e delle garanzie difensive, il dibattimento poté riprendere davanti alla Corte d’Assise di Roma. Gli imputati non sono mai comparsi in aula e sono rimasti formalmente irreperibili per la giustizia italiana.
La Procura italiana ha più volte denunciato la carenza di collaborazione delle autorità egiziane. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che ha seguito il fascicolo sin dalle prime fasi, ha definito il verdetto una sentenza di particolare rilievo per il riconoscimento giudiziario del sequestro.
La Corte ha inoltre disposto provvisionali immediatamente esecutive in favore delle parti civili. Secondo quanto riportato da ANSA, i condannati dovranno versare 200 mila euro ciascuno ai genitori di Regeni, 100 mila euro alla sorella Irene e 150 mila euro alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Le motivazioni della sentenza sono attese entro 90 giorni. ANSA.it
La famiglia Regeni, rappresentata dall’avvocata Alessandra Ballerini, ha accolto il verdetto sottolineando il valore del percorso giudiziario compiuto in questi anni. I genitori Paola e Claudio Regeni hanno ribadito, attraverso la loro legale, la fiducia riposta nella giustizia italiana.
Il pronunciamento del 28 settembre 2026 segna dunque un passaggio decisivo ma non conclusivo. Sul piano giudiziario viene riconosciuta la responsabilità di tre appartenenti agli apparati egiziani per il sequestro di Regeni, mentre non viene attribuita agli imputati una responsabilità penale per l’omicidio.
La differenza è sostanziale: la Corte ha accertato una parte centrale della ricostruzione accusatoria, ma non ha ritenuto raggiunta la soglia probatoria necessaria per una condanna sull’uccisione del ricercatore. Saranno le motivazioni a chiarire nel dettaglio quali elementi siano stati considerati sufficienti per il sequestro e quali, invece, non abbiano consentito di ricostruire oltre ogni ragionevole dubbio le responsabilità individuali per le torture e la morte.
Solo dopo quel passaggio la Procura e le parti potranno decidere se proseguire la battaglia giudiziaria nei successivi gradi di giudizio.