È l’uomo dietro alle politiche dell’immigrazione e a discorsi di Donald Trump contro gli immigrati: convinto che la «cittadinanza americana sia qualcosa di sacro» e che il suo lavoro punti all’obiettivo di «salvare la società» dalla «decadenza», Stephen Miller è l’architetto ‘furià del presidente americano contro gli immigrati. A soli 33 anni è uno dei fedelissimi del tycoon, uno dei più longevi all’interno di un’amministrazione che perde pezzi, uno dei pochi non membri della famiglia del presidente che gode di un’attenzione assoluta quando entra nello Studio Ovale. Non ha ambizioni personali e non guarda al futuro: per Miller c’è solo Trump. «Ogni giorno ringrazio Dio per avermi concesso il privilegio di lavorare con questo presidente e la sua missione» dice Miller in un’intervista al Washington Post, respingendo chi lo attacca e lo definisce un razzista. «Chi lo dice è un pazzo ignorante che non trova posto in una società civilizzata» spiega. Poi aggiunge: «è una bugia dire che sono razzista» perché mostra di «non capire i danni causati da un’immigrazione non controllata di gente di diversa estrazione sociale». nel mirino di Miller – secondo alcuni che lavorano a stretto contatto con lui – non ci sono solo gli immigrati illegali: al giovane 33enne non vanno giù neanche coloro che cercano di entrare per vie legali. Ridurre i visti è, per Miller, un elemento centrale dell’agenda di Trump contro il «globalismo» e contro i capitalisti che spostano oltreoceano le loro attività a caccia di un costo del lavoro più basso. Miller si definisce un populista repubblicano, che non ha nulla a che vedere con la sua famiglia democratica della California. «Tutti i miei parenti, sia lontani sia vicini, sono dei liberal democratici. Non penso di aver mai incontrato un conservatore nella mia famiglia» racconta Miller, ricordando il rapporto difficile con i suoi professori al liceo di Santa Monica, roccaforte liberal della California. Lo studente Miller trovava i corsi di storia inadeguati perché scoraggiavano il patriottismo e non promuovevano l’identità comune e condivisa dell’America. «Il sistema dell’istruzione era concentrato nel mettere in evidenza le cose che ci distinguevano non quelle che ci univano. L’immigrazione per funzionare deve avere l’enfasi sull’e pluribus unum, e creare una coesione nazionale». Dalla Casa Bianca di Trump ora Miller punta a realizzare le sue idee dando voce, è la sua convinzione, a quell’America rimasta tagliata fuori e che vede nel tycoon l’ancora di salvezza