– Nel segno della spartizione politica e delle competenze Giuseppe Conte chiude in una manciata d’ore il caso Fioramonti. Lo fa nel modo più «spettacolare», annunciando nella conferenza stampa di fine anno non uno, ma due successori al professore di Pretoria: Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi. IL premier opta per lo spacchettamento del ministero dell’Istruzione, con il dicastero della Scuola assegnato alla sottosegretaria M5S e il neo-ministero dell’Università e della Ricerca nelle mani di un tecnico gradito al Pd. Ma non si ferma qui. La «maratona» che ha in mente per il governo riduce al minimo scossoni e polemiche. Ed è per questo che fa «pubblico appello» a chi, dentro e fuori al M5S, si appresta a formare un gruppo «contiano» alla Camera: «non fatelo, destabilizzerebbe», è il suo invito. È una conferenza stampa fiume quella che il presidente del Consiglio mette in atto a Villa Madama, con un discorso introduttivo che dura più del doppio di quello dello scorso anno (di circa 8 minuti). Si inizia con i fuochi di artificio, ovvero con l’annuncio dei due nuovi ministri, che saranno nominati nei prossimi giorni. «È stata una sua iniziativa», sottolineano a Palazzo Chigi facendo intendere come sia stato Conte in prima persona a voler chiudere la pratica nel minor tempo possibile. Per assottigliare il campo d’azione del Movimento. Ed è un esponente della vecchia guardia M5S, Ignazio Corrao, a svelare il «non detto»: «lo scherzetto di Fioramonti ci è costato mezzo ministero», scrive su Facebook. Del resto il «metodo Conte» ha un obiettivo preciso: arrivare alle misure del Paese con «studio dei dossier e confronto». Polemiche e colpi di testa non sono ben accetti. Fioramonti è stato ministro «per troppo breve tempo per trarre conclusioni così radicali», è, non a caso, la frecciata del presidente del Consiglio all’ex ministro. Ma il premier va oltre, cercando di smorzare sul nascere la «mission» di un gruppo che, in gennaio, alla Camera potrebbe formarsi in suo sostegno (e in polemica con Luigi Di Maio), proprio con Fioramonti come possibile guida. «Non ho velleità di avere un gruppo di riferimento e neanche un partito», rimarca, ribadendo un concetto che è anche un avviso ai naviganti: non c’è sul tavolo l’ipotesi di un «Conte-ter», dopo questo governo c’è il voto. Ed è nella traiettoria di questa maggioranza che il capo del governo si rispecchia pienamente, in un ruolo quasi da federatore. Conte incassa, e ringrazia, le lodi di Nicola Zingaretti ma evita di cadere nell’eccesso di protagonismo: «i cimiteri sono pieni di persone indispensabili», è la battuta con cui replica a chi gli chiede se sia indispensabile per il centrosinistra. Il metodo di Palazzo Chigi prevede un gennaio cruciale, teatro del rilancio dell’agenda di governo. Ma la formula del contratto, che segnò l’alleanza M5S-Lega, è archiviata, con buona pace di chi, nel Movimento, la vorrebbe riesumare. «Il mio orizzonte programmatico non ha nulla a che vedere con il Conte 1», precisa il premier. Che sceglie di non soffermarsi su un’altra potenziale spina nel suo fianco: Matteo Renzi. Se sarà necessario un tavolo tra i leader di partito? «Io invito le forze politiche a designare dei rappresentanti e quando lo faranno sarò pienamente soddisfatto», precisa. La carota per gli alleati, il bastone per l’ex alleato: c’è anche questo nella strategia di Conte, che non disdegna stoccate a Matteo Salvini. Sui i migranti «abbiamo ottenuto risultati senza clamore», attacca. E, velatamente, prova anche ad insinuare qualche crepa nella Lega, distinguendo il partito dalla leadership di Salvini. Una leadership fatta di «strappi e slabbrature istituzionali», che ritengo «insidiosa», scandisce non rinnegando i decreti sicurezza del suo primo governo ma annunciando,allo stesso tempo, che «vanno depurati da condizioni che io stesso ritengo inaccettabili». E il duello con Salvini si riscalderà già in gennaio sul caso Gregoretti. «Un mio coinvolgimento? Sto verificando, finora non ho riscontri», è l’avvertimento del premier al suo ex vice.