“Il lupo di Skopje”, “Io sono del mio amato” e “Lividi”: tre romanzi della vulcanica e poliedrica scrittrice, drammaturga, regista teatrale e sceneggiatrice Annick Emdin

Francesco Tagliente

“Il lupo di Skopje”, “Io sono del mio amato” e “Lividi”: tre romanzi della vulcanica e poliedrica scrittrice, drammaturga, regista teatrale e sceneggiatrice Annick Emdin

 

Lo scorso novembre ho assistito alla presentazione romana del romanzo “Il lupo di Skopje” di Annick Emdin. nata a Pisa dove si è laureata in Discipline dello Spettacolo e ha conseguito un master in Sceneggiatura e Drammaturgia presso l’Accademia Silvio D’Amico di Roma.

Il ritmo narrativo e serrato, arricchito da un uso magistrale dei dialoghi del romanzo, ha reso palese l’estrazione della scrittrice, drammaturga, regista teatrale (Matrioska, Bambole Usate, Medea, La sposa guerra, La morte non esiste alcuni dei suoi titoli) e sceneggiatrice (L’ombra del giorno, di Giuseppe Piccioni

Una volta iniziata la lettura del romanzo, mi è stato difficile interrompere prima di essere arrivato all’ultima pagina: racconta una storia di violenza, di abbandono, ma soprattutto una storia d’amore.

“Il lupo di Skopje” un romanzo intenso ed evocativo. Un ragazzo, Jan, decide di togliersi la vita lanciandosi da un viadotto e una donna, Clémence, si getta nel fiume, d’istinto, riuscendo a salvarlo. Clémence, intenditrice d’arte che vive un’esistenza agiata e monotona, e Jan, il giovane attraente e disperato che salva, sono soltanto due dei protagonisti del libro. Attorno a loro ci sono Davide, il compagno di Clémence, e Magdalena, la cui storia, narrata in alternanza a quella di Jan e Clèmence, si rivelerà indissolubilmente legata alla loro: una bambina non voluta, nata in Macedonia, battezzata nel tentativo di proteggerla dal peccato dell’abbandono, peccato che non si cancella con un semplice segno. Questa bambina cresce, senza crescere davvero, cercando negli occhi di chiunque qualcosa che la porti lontano dall’orlo del baratro. Ma seppure proviamo in tutti i modi a distogliere l’attenzione dall’abisso dentro di noi, l’abisso resta sempre lì. Nelle sue profondità non conta altro ed è lì che le anime di Clémence, Jan e Magdalena si incontrano e le loro storie si intrecciano.

Attratto e incuriosito dalla forma espressiva e della personalità artistica della scrittrice ho letto tutto d’un fiato un altro suo romanzo “Io sono del mio amato”, che narra una storia di padri e figli, che indaga il rapporto con i genitori, l’importanza e la difficoltà dei legami familiari, come sia difficile convivere e sopportare su gracili spalle tutto il peso del passato.

Il romanzo, parla di una storia d’amore tra un giovane ebreo educato secondo le regole della tradizione e una soldatessa che lo salva da un attentato.

Un giorno lui fa un incontro con una giovane soldatessa, che lo salva da un attentato. Colpito dall’episodio, il giovane ebreo ortodosso sente forte l’impulso a impegnarsi nella difesa del suo Paese. E s’innamora proprio della soldatessa tanto diversa da lui e dal suo ambiente. Lui è un tradizionalista molto religioso, lei è moderna e trasgressiva, non solo per il mestiere che ha scelto in difesa della patria. Ma si rende conto che questo può comportare l’espulsione dalla comunità charedi e dalla propria famiglia; soprattutto significa deludere nonno che stima più di chiunque altro.

Annick scrive senza remore dell’ortodossia religiosa, confrontando il mondo ebraico contemporaneo con la nuova Israele tecnologica che non dimentica le sue radici. Narra la storia di un giovane ortodosso con voglia di libertà e lo scontro tra generazioni. Di padri e di figli, dei loro segreti, dei loro conflitti e della forza dei legami familiari. Due generazioni di ebrei ultraortodossi a confronto, fra tradizione e rottura, tragedia e ironia; una disputa sfaccettata in circostanze eccezionali, quelle dello schizofrenico Israele moderno che si confronta con il suo passato e il suo presente.

Un romanzo avvincente arricchito da una sottotrama che racconta il passato del nonno del giovane ebreo ortodosso, la storia del suo matrimonio, le vicende che lo videro sposarsi nel 1941 in una cittadina ucraina.

Ancora più incuriosito della storia letteraria di Annick scopro che non è solo una delle tante autrici di talento del nostro panorama nazionale, con la casa editrice astoria, regista teatrale, sceneggiatrice e drammaturga, perché ancora molto giovane è stata anche ottima narratrice sulla misura breve con la casa editrice (Il Foglio Letterario), e a soli 19 anni ha scritto il suo primo romanzo, ‘Lividi’, pubblicato dalla casa editrice ‘Anordest’, conquistando i lettori giovani e meno giovani, oltre a un giudizio più che lusinghiero della critica.

Con il primo romanzo Lividi la giovane scrittrice Annick Emdin narra una storia di amore e di passioni di vittime e carnefici di noi stessi e degli altri: Maurice ha trentadue anni, occhi foschi, un posto da bibliotecario e un passato incerto. Charlie ne ha diciassette e gli vende le proprie labbra e l’anima. Phemie ha diciannove anni ed è agente di polizia. Charlie ne è perdutamente innamorato. Ma a volte ciò che chiamiamo amore non è amore, e ciò che ci rifiutiamo di chiamare con tale nome stravolge ogni convenzione, lascia segni sul corpo e nella mente, lividi scuri, difficili da nascondere. Sono, questi segni, tracce del passato torbido che connota l’umano, un passato che plasma l’individuo, che cela in sé verità destinate a sconvolgere presente e futuro. C’è chi guardandosi allo specchio china la testa, chi sostiene il proprio sguardo: la vita ci rende vittime e carnefici di noi stessi e degli altri, basa ogni rapporto sulla prevaricazione, sul dominio, sul possesso, sulla volontà di ferire la persona che si ama, per vederla sopravvivere a noi stessi. Sullo sfondo di una New York famelica e fumosa, tra l’ipocrisia sociale che tutela il debole e la legge naturale del più forte, si profila un confine labile, l’orlo di un precipizio sul quale l’essere umano corre bendato. Una storia dove niente è scontato, dove il mondo è crudele e dove il sangue e le lacrime scorrono a generosi fiotti. Il gusto di questa storia è agrodolce, ti lascia impietrito dall’orrore e dall’angoscia, e ancor più impietrito dalla dolcezza che c’è nei suoi personaggi, nei loro gesti, nelle l