Caos a cinque stelle? La prima riflessione è che bisogna leggere tra le righe della cronaca quotidiana e farsi una propria, originale idea. Da verificare con i fatti, certo. Ma non mutuata acriticamente da qualcuno. Ricordiamo l’entusiasmo dei primi tempi, quando le piazze gridavano all’unisono con Beppe Grillo una serie di “vaffa day”. Alla politica, al potere, al governo, al parlamento, ai partiti e così via. Un gioco intellettuale, lo sberleffo di un clown con un ricco conto in banca e le ville in Sardegna? Un lucido, freddo piano per entrare come un cuneo nel sistema? Il Movimento, affascinante nella sua iniziale atipicità ha affascinato molti e ha agito da calamita per centinaia di migliaia di senza patria della politica, verdi, ambientalisti, movimentisti di una sinistra estrema senza più punti di riferimento. Poi lo hanno votato in molti del peggio di così, qualsiasi cosa pur di cambiare. Ed è stato un trionfo elettorale. Duri e puri, capaci di entrare nel sistema e scardinarlo dal di dentro, niente auto blu, niente compromissioni, qualcuno ricorda Fico recarsi a Montecitorio in autobus (ma con la scorta). Ma è arrivata la compromissione con il potere, sono cambiati gli atteggiamenti, perfino il modo di vestire per il piccolo esercito di grillini sbarcati in Parlamento. Infine lo step successivo, l’ingresso nel governo, le responsabilità di gestione, altro che auto blu e scorta. Nascoste le contraddizioni, quando si devono governare città importanti e battersi per leggi innovative e principi a Montecitorio e Palazzo Chigi serve il doppiopetto, ma è per una buona causa. Poi le belle storie finiscono e vengono i guai, personali e “professionali”, quando le scelte politiche  collidono con gli ideali e le promesse agli elettori, quando l’applicazione di certe romanticherie alla gestione della vita pubblica fa saltare il banco, quando certe scelte “rivoluzionarie” mostrano la corda e non sono più credibili. Per un Grillo che esce dal palcoscenico assorbito da  vicende personali, per un Di Battista che scende dal carrozzone, per un Di Maio che si improvvisa ministro degli esteri e un Fico che sonnecchia alla presidenza di Palazzo Madama c’è una pletora di parlamentari senza arte né parte che si dividono qualche posto di ministro (pochi) e qualche posto di sottogoverno nei palazzi del potere. Poi c’è la parabola di Giuseppe Conte, oscuro docente universitario proiettato al centro della politica e poi finito non si sa come al vertice di quel che resta del M5S. A lui probabilmente delle armi all’Ucraina importa poco o nulla, ma una fetta consistente del Movimento sventola la bandiera pacifista e lui si adegua, fino a mettere in discussione la sopravvivenza del governo. Il caso Di Maio è quasi la fine della storia. Espellere il ministro degli esteri perché allineato alla strategia del governo non è una buona idea, portare alla scissione nel Movimento nemmeno. E così il Movimento del “Vaffa-day” arriva a chiudere il cerchio della sua avventura. Per coerenza con le sue origini dovrebbe far cadere il governo nel quale il suo uomo di punta occupa un posto di cruciale importanza. Non accadrà. Ma la purezza del M5S sarà persa per sempre. Dal “Vaffa-day” al “Vaffa-Di Maio”. Che brutta fine.