Dopo quasi sei anni vissuti convivendo con il Parkinson, Dario Franceschini ha deciso di raccontare pubblicamente la sua esperienza. L’ex ministro della Cultura e senatore del Pd ha rivelato di aver ricevuto la diagnosi nel novembre del 2020, scegliendo fino a oggi di mantenere il massimo riserbo sulla propria condizione.

«Una botta tremenda», ha raccontato Franceschini, spiegando come la malattia abbia cambiato il suo modo di guardare alla vita e alla politica, senza però impedirgli di continuare il proprio impegno pubblico. Telefonate, incontri, riunioni e attività parlamentare sono proseguiti anche dopo la diagnosi.

Il Parkinson, sottolinea Franceschini, «colpisce il corpo, non le capacità cognitive». Una distinzione importante per l’ex segretario del Pd, che a ottobre compirà 68 anni e che ha trascorso gran parte della propria vita nella politica italiana, ricoprendo per quattro volte l’incarico di ministro e diventando nel tempo una figura centrale negli equilibri del centrosinistra.

La malattia, racconta, ha però modificato profondamente le sue priorità. «Azzera le ambizioni personali» e fa venir meno quel senso di invincibilità che spesso accompagna chi vive la politica ai massimi livelli. Inizialmente Franceschini aveva cercato di nascondere la diagnosi. A spingerlo a sottoporsi a controlli fu anche l’osservazione del collega Graziano Delrio, medico, che aveva notato alcune difficoltà nel modo di camminare.

Ora la scelta di parlarne pubblicamente nasce anche dalla volontà di rivolgersi a chi vive la stessa esperienza. Il messaggio di Franceschini è quello di non isolarsi e continuare a vivere, mantenendo ogni giorno qualcosa da fare e un obiettivo da raggiungere.

La confessione ha suscitato numerose reazioni di solidarietà, anche al di là degli schieramenti politici. Matteo Renzi lo ha definito «il parlamentare più lucido di tutti», mentre Goffredo Bettini ha sottolineato come la sua intelligenza continui a essere preziosa per il Pd e per la democrazia italiana.

Parole di vicinanza sono arrivate anche da Giuseppe Conte, che ha parlato di una «lezione di coraggio, dignità e forza», ricordando come prima dei ruoli politici venga la persona, con le sue fragilità. Roberto Calderoli ha invece sottolineato l’importanza di parlare pubblicamente delle malattie, anche per accendere l’attenzione sulla ricerca. Carlo Calenda ha ricordato il regista Luigi Comencini, suo nonno, che aveva affrontato a sua volta il Parkinson continuando a lavorare per molti anni.

Anche altri esponenti del Pd e del centrosinistra hanno accolto con favore la decisione di Franceschini di rompere il silenzio. Sandro Ruotolo ha definito l’intervista una «lezione di vita», mentre Roberto Speranza ha evidenziato come raccontare la propria fragilità possa aiutare chi sta vivendo una situazione simile a sentirsi meno solo.

La vicenda di Franceschini si inserisce in una storia politica italiana nella quale altri protagonisti hanno scelto di rendere pubbliche le proprie malattie senza abbandonare l’impegno pubblico. Tra questi Emma Bonino, che nel 2015 annunciò di essere malata di tumore al polmone e ribadì la volontà di continuare la propria attività politica.

Franceschini sembra voler seguire la stessa strada. La diagnosi non ha cancellato il suo ruolo né la sua passione per la politica, ma ne ha cambiato la prospettiva. «Io non mollo, io continuo a vivere, a esserci», ha detto. Una frase che riassume la scelta di affrontare la malattia senza rinunciare alla vita pubblica e alle proprie battaglie.