Diversi studi di psicologia convergono. Le persone nate negli anni ’60 e ’70 hanno abilità emotive che le generazioni più giovani non possiedono. Un forte senso dell’umorismo in ogni relazione, una certa calma e la capacità di gestirle con grazia. Non sono chiacchiere da bar, ma considerazioni con fondamento scientifico. Gestire la rabbia senza esplodere, sostenere conversazioni difficili senza fuggire, aspettare senza cedere all’impulso immediato. Queste capacità emergono da esperienze ripetute non patinate dalla tecnologia. Crescere in un mondo dove la comunicazione era per lo più vis a vis o telefonica forgiava un tipo di attenzione sociale che oggi si perde quando tutto passa per schermi filtranti e notifiche. Una differenza di contesto non banale. Gli anni 60 e 70 vedevano una vita quotidiana più lenta e più vincolata alla presenza fisica. Le conversazioni difficili avvenivano in casa cucina sul divano non in thread sparsi. Lavorare significava spesso affrontare difficoltà senza poter cercare soluzioni istantanee online. Quelle circostanze hanno creato esercizi di resilienza emotiva. Non era terapia ma allenamento quotidiano. Gli studi sullo sviluppo emotivo e sull’età suggeriscono che con gli anni e con certe esperienze migliora la regolazione emotiva. Ricercatori citati da riviste scientifiche osservano che gli adulti più anziani tendono a regolare le emozioni in modo più efficiente e a dare priorità ai legami sociali che fanno bene all’equilibrio emotivo. Questo non vuol dire che tutte le persone nate in quegli anni abbiano una specie di immunità emotiva. Vuol dire che la probabilità di aver maturato certe pratiche emotive aumenta in quel contesto. Leggiamo che molte persone nate negli anni ’60 e ’70 hanno imparato a gestire le emozioni prima di imparare a parlarne.
L’autoconsapevolezza emotiva, come vocabolario, è arrivata dopo, se mai è arrivata. Ciò che esisteva prima era la funzionalità. Si imparava quando rimanere in silenzio, quando reagire, quando lasciare che un conflitto si placasse e quando tornarci sopra. Queste non erano inquadrate come competenze emotive. Erano inquadrate come sopravvivenza sociale. Famiglie, luoghi di lavoro e comunità erano più piccoli e più interdipendenti. Gli sfoghi emotivi comportavano costi relazionali immediati, quindi la regolazione non era facoltativa; era adattiva.
Questo ha creato una forma di maturità emotiva che non si basava sull’introspezione, ma sulla lettura situazionale. Le persone hanno imparato a percepire la temperatura emotiva di una stanza, a ritardare le reazioni e a scegliere risposte che preservassero le relazioni, anche quando queste erano tese. C’era meno incoraggiamento a narrare gli stati interni, ma più pressione a gestirne l’impatto esterno. Nel tempo, questo ha costruito una forma intuitiva di regolazione che trasmette calma piuttosto che espressività.
Bellissimo, affascinante. Perché non ci ragioniamo, perché non ne teniamo conto? Oggi, spesso invertiamo la sequenza. Insegniamo alle persone a dare un nome alle emozioni in tenera età, a volte prima che abbiano imparato a contenerle o gestirle. Sebbene l’alfabetizzazione emotiva sia preziosa, non produce automaticamente stabilità emotiva. In alcuni casi, può persino intensificare la reattività ponendo un’attenzione costante sugli stati interiori senza fornire sufficiente pratica di moderazione o tempismo. Questo non significa che le generazioni precedenti fossero emotivamente più sane in generale. Molti portavano con sé un dolore inespresso. Ma suggerisce che la maturità emotiva può svilupparsi attraverso l’uso prima della comprensione. L’abilità veniva prima; la spiegazione era facoltativa. Quest’ordine è importante. Quando la regolazione emotiva viene appresa come una necessità pratica piuttosto che come un progetto personale, tende a essere più silenziosa, meno performante e più affidabile sotto pressione. Il rischio oggi non è che sentiamo troppo, ma che elaboriamo troppo velocemente e reagiamo troppo apertamente. La maturità emotiva, come quella rappresentata da molti negli anni ’60 e ’70, ci ricorda che non tutti i sentimenti necessitano di un’espressione immediata per essere validi e che la tempistica è di per sé un’abilità emotiva. Se i soloni della psicologia, i grandi maestri che ragionano per noi e ci danno le linee giuste del pensiero provassero a farci capire tutto questo e trovassero qualche correttivo allo sviluppo della quotidianità, forse tutti riusciremmo a vivere meglio.
Ugo Battaglia