Il  governatore Zingaretti è stato intercettato dal virus subito dopo aver presentato ai media il nuovo piano di emergenza, l’assessore alla sanità D’Amato – che era con lui nell’occasione-  fortunatamente risulta negativo, i giornalisti presenti sono stati presi dal panico e hanno fatto ressa per chiedere anche loro il tampone. Ma i problemi purtroppo sono altri. Il segretario generale della Cisl Luciano Cifaldi ha lanciato nei giorni scorsi un appello/segnale ai vertici della Regione Lazio e al board che gestisce al suo interno la  emergenza Coronavirus. Serve un commissario ad acta per gestire questa situazione, scrive Cifaldi, e fa riferimento a quando accaduto in Emilia Romagna con la designazione a questo incarico di Sergio Venturi, già assessore alla sanità regionale e dunque chiaro segno di continuità istituzionale. Serve un Commissario con poteri straordinari come quelli della protezione civile che abbia esperienza sul campo, sia di gestione di strutture che di conoscenze e competenze di patologie infettive? E’ un discorso delicato con complessi risvolti politici, ce ne rendiamo conto. Ma qualcuno dovrebbe comunque farlo e qualcuno dovrebbe decidere in merito. Tutti dicono la loro in materia, sindaci, assessori, parlamentari, ma c’è un livello superiore di commento e di scelta oltre il quale nessuno sembra voler andare. Rapporti di potere e con il potere.
Ma andiamo oltre. Cifaldi nella sua lettera aperta pone una serie di interrogativi che non ci pare siano emersi a sufficienza nel dibattito che da giorni imperversa sui media nazionali e locali. Che l’allarme sulla insufficienza di posti nelle terapia intensive e sulla affanosa ricerca per trovare altri spazi da utilizzare alla bisogna lo dicono tutti. Ma nessuno sembra spiegare che il problema non è solo il reperimento delle apparecchiature di rianimazione, ventilatori, monitors etc.. Il vero dramma – dice il segretario Cisl – è rappresentato dall’impiantistica, perché le stanze debbono essere a pressione positiva, cioè da quella stanza infetta, perché vi è un malato di coronavirus, non deve uscire l’aria presente, perché altrimenti infetteremmo l’intero ospedale con gli impianti di aria condizionata. Impreparazione di chi deve affrontare questi problemi? Dobbiamo preoccuparci?  Quanto tempo ci vuole a fare questi impianti? Con i tempi normali tra elaborazione del progetto ed approvazione dello stesso da parte dei nuclei tecnici regionali passano almeno 4-5 mesi ed almeno 6-8 per realizzarli. Troppo tardi, chiosa Cifaldi,  saremmo stati “tutti” infettati e la mortalità sarebbe molto alta.
Bene le tensostrutture per i pre-triage, ma il raddoppio del personale (indispensabile) non è avvenuto e solo ora si corre affannosamente ai ripari con reclutamento di emergenza. Ma se assumiamo personale neo specializzato e neo laureato in scienze infermieristiche che non conosce minimamente le strutture dove vanno a lavorare possiamo stare tranquilli?  Se poi visitando il paziente, il medico ritiene che questi necessita di esame radiografico del torace per essere certo della polmonite e della sua gravità, ci troviamo di fronte ad un altro problema enorme – si interroga Cifaldi –  Dove eseguiamo la radiografia dal momento che non ho apparecchi radiologici nell’ospedale da campo? Lo mando in radiologia rischiando di inquinare mezzo ospedale durante il percorso e poi mando il personale in quarantena?. Ognuno si assuma le sue responsabilità in questa situazione. Aggiungiamo un ulteriore interrogativo in questo contesto: e i privati? Non potevano essere coinvolti con un ruolo attivo “prima” che la situazione esplodesse e rischiasse di sfuggire di mano? Nel Lazio il “privato” ha una consistenza e una forza d’urto pari a quello della Lombardia e superiore di gran lunga a quelli di tutte le altre regioni italiane. Ma è stato fin qui confinato nell’angolo e tirato in ballo solo come estrema ratio.

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