Il governo prova a riaprire il dialogo sulla crisi dell’ex Ilva e convoca i sindacati a Palazzo Chigi per il 18 novembre, con l’obiettivo di “proseguire il confronto” e discutere le prospettive occupazionali dei lavoratori. La decisione arriva dopo il durissimo scontro con le sigle metalmeccaniche Fim, Fiom e Uilm, che avevano abbandonato il tavolo di confronto definendo il piano presentato dal ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, “un piano di morte” per lo stabilimento di Taranto.

Il progetto illustrato dal governo, composto da otto pagine di slide, è stato bocciato in blocco dai sindacati, che accusano l’esecutivo di voler procedere verso la chiusura progressiva dell’impianto e di non garantire la tutela occupazionale. “Ci avevano convocato per discutere la riconversione ecologica e ci hanno presentato un piano di smantellamento con 6.000 cassintegrati”, hanno denunciato i leader sindacali Ferdinando Uliano (Fim), Michele De Palma (Fiom) e Rocco Palombella (Uilm), chiedendo l’intervento diretto della premier Giorgia Meloni e un ruolo attivo dello Stato nel rilancio del gruppo siderurgico.

Secondo il piano governativo, l’ex Ilva dovrebbe essere interessata da un processo di decarbonizzazione in quattro anni, con la realizzazione di un impianto DRI a Taranto e una cassa integrazione estesa a 6.000 lavoratori. Sono previsti inoltre lavori di manutenzione sugli altoforni e investimenti ambientali, in attesa di un nuovo acquirente. Attualmente, sono tre i potenziali investitori esteri in contatto con il governo, tra cui due fondi americani e un terzo operatore non ancora reso pubblico.

Per i sindacati, però, “non esistono pretendenti all’altezza dell’ex Ilva” e l’unica via resta il ritorno a una gestione pubblica dell’acciaieria, eventualmente affiancata da partner privati. “Lo Stato deve tornare imprenditore per salvare l’azienda e l’occupazione”, ribadiscono.

Nel frattempo, è in crescita il numero dei lavoratori in cassa integrazione, passato da 3.600 a 4.550 e destinato a superare quota 5.700 nelle prossime settimane. Le sigle metalmeccaniche hanno annunciato assemblee e possibili mobilitazioni nei prossimi giorni, in attesa dell’incontro di martedì a Palazzo Chigi, che si preannuncia decisivo per il futuro dell’acciaio italiano.