Stanziati 40,5 milioni di euro e previsti incentivi per il reinserimento dei lavoratori. I sindacati proclamano altre 48 ore di protesta. A Taranto i blocchi stradali mettono in difficoltà la raffineria Eni, con ripercussioni sui carburanti e sugli aeroporti pugliesi.
TARANTO – Il governo prova a intervenire sulla crisi dell’ex Ilva con un nuovo decreto-legge che punta a preservare gli impianti siderurgici, favorire nuovi investimenti e garantire strumenti di sostegno ai lavoratori. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri martedì 13 ottobre, arriva mentre la mobilitazione sindacale continua a interessare gli stabilimenti del gruppo, da Taranto a Genova, senza segnali di distensione.
Le misure annunciate dall’esecutivo non sono infatti bastate a fermare la protesta. Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato ulteriori 48 ore di sciopero nazionale, chiedendo garanzie sulla continuità produttiva, sulla salvaguardia dei posti di lavoro e sulla definizione di un piano industriale capace di assicurare prospettive concrete all’intero comparto siderurgico.
Il confronto resta particolarmente delicato per le conseguenze economiche e sociali di una vertenza che coinvolge migliaia di dipendenti diretti, lavoratori delle aziende appaltatrici e numerose attività collegate alla produzione dell’acciaio.
Il piano del governo: impianti in sicurezza e sostegno alla reindustrializzazione
Il decreto approvato a Palazzo Chigi si sviluppa lungo tre direttrici: mantenimento della funzionalità degli stabilimenti, tutela dell’occupazione e promozione di nuove iniziative industriali.
Tra gli interventi principali figura la decisione di conservare gli impianti dell’area a caldo di Taranto in modalità di riscaldo, senza riprendere la produzione. Una soluzione tecnica destinata a evitare che il fermo delle strutture si trasformi in uno spegnimento irreversibile.
La disposizione riguarda in particolare le batterie di coke 7, 8, 9 e 12 e gli impianti di preriscaldamento degli altoforni 1, 2 e 4.
Il mantenimento di questa condizione è collegato all’attesa pronuncia della Corte di Cassazione, prevista per il 20 ottobre, sui ricorsi relativi alla sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha imposto lo stop dell’area a caldo.
Sul piano finanziario è stata autorizzata l’erogazione dell’ultima quota, pari a 40,5 milioni di euro, di un prestito destinato ad Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, sulla base della decisione assunta dalla Commissione europea nel febbraio scorso.
L’intervento mira a sostenere la gestione di questa fase particolarmente complessa, in attesa di definire il futuro assetto industriale del gruppo. Una parte rilevante del provvedimento riguarda il destino dei lavoratori.
Il governo ha previsto l’esonero totale dai contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro che, tra il 1° novembre 2026 e il 31 dicembre 2027, assumeranno a tempo indeterminato dipendenti provenienti da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, secondo le condizioni stabilite dalla normativa.
L’obiettivo è agevolare il reinserimento professionale e ridurre il costo delle nuove assunzioni, favorendo il passaggio verso altre realtà produttive.
Sono inoltre previste procedure accelerate per i contratti di sviluppo relativi a investimenti industriali che privilegino l’impiego di personale proveniente dal gruppo siderurgico e dalle aziende dell’indotto.
La ministra del Lavoro Marina Calderone ha evidenziato come il decreto contenga strumenti di protezione anche per i dipendenti delle imprese collegate all’ex Ilva, particolarmente esposti agli effetti della crisi.
I sindacati ritengono tuttavia che gli ammortizzatori sociali e gli incentivi alla ricollocazione non possano sostituire un progetto industriale in grado di mantenere attività produttive e livelli occupazionali.Accanto alle misure di emergenza, l’esecutivo intende avviare un percorso di trasformazione produttiva del territorio.
Il decreto prevede la valorizzazione di circa cento ettari di aree ex Ilva e di ulteriori superfici demaniali confinanti con lo stabilimento, da destinare a nuovi investimenti.
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy avrà il compito di raccogliere le manifestazioni di interesse per progetti superiori a 10 milioni di euro e predisporre un piano complessivo da sottoporre all’approvazione del Consiglio dei ministri.
Tra le novità figura anche l’istituzione del distretto industriale Brindisi-Taranto, orientato allo sviluppo di tecnologie a zero emissioni nette e alla decarbonizzazione dei processi produttivi.
Il progetto contempla procedure autorizzative semplificate, nel rispetto della disciplina applicabile, per favorire l’insediamento di nuove attività economiche.
Ulteriori risorse sono destinate al Tecnopolo di Taranto, che potrà contare su un finanziamento di un milione di euro annui per potenziare ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico, anche attraverso l’impiego di personale scientifico e tecnico specializzato.
La sfida sarà trasformare queste opportunità in investimenti effettivi e nuova occupazione, evitando che la transizione industriale produca un ulteriore impoverimento del tessuto economico locale.
La protesta paralizza Taranto: difficoltà per carburanti e trasporti
Mentre il governo presenta il proprio piano, a Taranto prosegue la mobilitazione dei lavoratori, che hanno organizzato presidi permanenti e blocchi lungo importanti collegamenti stradali.
Le manifestazioni hanno interessato la statale 7 e la statale 106, ostacolando anche l’accesso alla raffineria Eni.
Le conseguenze hanno rapidamente superato i confini dello stabilimento siderurgico.
L’impossibilità per numerose autocisterne di entrare e uscire dall’impianto ha provocato difficoltà nell’approvvigionamento dei distributori di carburante. Secondo quanto comunicato da Eni, oltre 50 punti vendita su circa 300 serviti dalla rete interessata risultavano già senza carburante.
La società ha inoltre segnalato che, qualora continuasse a essere impedito l’arrivo dei gas tecnici e dei prodotti chimici necessari al funzionamento della raffineria, potrebbe rendersi indispensabile una fermata programmata degli impianti.
Anche il trasporto pubblico locale ha cominciato a risentire della situazione. A Taranto, Kyma Mobilità ha annunciato una riduzione del 50% delle corse ordinarie a causa delle difficoltà di rifornimento di gasolio.
Gli effetti della mobilitazione si sono estesi anche al settore aeroportuale.
Aeroporti di Puglia ha diramato specifici avvisi aeronautici, i cosiddetti Notam, per informare compagnie aeree e operatori delle possibili limitazioni nel rifornimento degli aeromobili negli scali di Bari, Brindisi, Foggia e Grottaglie.
Enilive ha segnalato una situazione di carenza di carburante negli aeroporti di Bari e Brindisi, conseguenza delle difficoltà logistiche provocate dai blocchi alla raffineria tarantina.
La situazione viene monitorata dalle società coinvolte, che hanno richiamato l’attenzione sull’importanza strategica dell’impianto Eni per l’approvvigionamento di ampie aree della Puglia, della Basilicata e della Calabria.
La prosecuzione della protesta rischia quindi di amplificare le ripercussioni economiche della vertenza, coinvolgendo trasporto pubblico, distribuzione commerciale e servizi essenziali.
La mobilitazione non si limita allo stabilimento pugliese.
A Genova i lavoratori hanno manifestato davanti alla Prefettura in occasione della presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, chiedendo interventi immediati per scongiurare la sospensione delle attività produttive.
Particolare preoccupazione riguarda gli impianti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, le cui lavorazioni dipendono dalla disponibilità di coils a caldo.
Le organizzazioni sindacali sollecitano l’acquisto di materiale sui mercati internazionali, così da alimentare le linee produttive e ridurre il rischio di un ricorso generalizzato alla cassa integrazione.
Secondo le previsioni illustrate nell’ambito della vertenza, dal prossimo 15 novembre potrebbero essere coinvolti dagli ammortizzatori sociali 985 lavoratori.
I sindacati ribadiscono inoltre la necessità di mantenere unitaria la gestione della crisi, senza distinguere le prospettive occupazionali degli stabilimenti settentrionali da quelle del polo di Taranto.
Tra le richieste avanzate figurano anche misure di accompagnamento alla pensione, il riconoscimento delle condizioni di lavoro usurante e strumenti per favorire eventuali uscite volontarie.
Il decreto rappresenta un nuovo intervento istituzionale in una crisi che, negli ultimi anni, ha intrecciato questioni industriali, occupazionali, ambientali e giudiziarie.
La conservazione degli impianti, gli incentivi alle assunzioni e i progetti di reindustrializzazione costituiscono gli strumenti individuati dal governo per affrontare la fase di emergenza. Restano però ancora da definire le condizioni necessarie per una ripresa produttiva stabile e sostenibile.
Per i sindacati, la priorità rimane ottenere un piano industriale che garantisca una prospettiva all’intero gruppo, accompagnando la transizione ecologica senza sacrificare i livelli occupazionali.
Il prossimo passaggio cruciale sarà quello del 20 ottobre, quando la Cassazione dovrà pronunciarsi sui ricorsi riguardanti l’area a caldo di Taranto. Una decisione destinata ad avere conseguenze rilevanti sulle successive scelte industriali.
Nel frattempo, il confronto tra governo e rappresentanti dei lavoratori rimane aperto, con ulteriori iniziative di protesta già annunciate.
Al centro della vertenza resta una questione che va oltre il futuro del singolo stabilimento: la possibilità di conciliare la produzione siderurgica nazionale con la tutela della salute, dell’ambiente e dell’occupazione, offrendo certezze alle comunità che da decenni dipendono economicamente dall’industria dell’acciaio.
