Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) si avvia a entrare pienamente a regime in Italia, con l’obiettivo di offrire ai cittadini e agli operatori sanitari un accesso più semplice, rapido e uniforme ai dati clinici. La scadenza decisiva è fissata al 31 marzo 2026, termine ultimo della terza fase del cronoprogramma stabilito dal Ministero della Salute.
Entro questa data, tutte le Regioni dovranno garantire che i fascicoli sanitari siano completi di tutti i documenti previsti dalla normativa. Tra questi figurano referti, verbali di pronto soccorso, lettere di dimissione, prescrizioni, cartelle cliniche, vaccinazioni, dati su farmaci e prestazioni, oltre al profilo sanitario sintetico e al taccuino personale dell’assistito.
Parallelamente, le strutture sanitarie — pubbliche e private — dovranno adeguarsi a standard tecnologici più rigorosi, soprattutto in materia di sicurezza e tutela della privacy. Sarà inoltre obbligatorio aggiornare i dati entro cinque giorni dall’erogazione di visite, esami o terapie.
La nuova fase prevede anche l’adozione del cosiddetto Fascicolo Sanitario 2.0, caratterizzato da maggiore interoperabilità tra sistemi regionali e da un accesso più semplice per cittadini, medici e strutture sanitarie. Si tratta del punto di arrivo di un percorso avviato quasi vent’anni fa e accelerato negli ultimi anni grazie ai fondi del PNRR.
Nonostante i progressi, i dati più recenti mostrano un sistema ancora disomogeneo. L’utilizzo del fascicolo da parte dei medici di famiglia e pediatri è elevato (oltre il 95%), ma con differenze regionali significative.
Ancora più marcato il divario tra le aziende sanitarie: se alcune Regioni hanno raggiunto la piena abilitazione degli operatori, altre restano indietro, con percentuali molto basse soprattutto nel Sud.
Resta critico anche il coinvolgimento dei cittadini. Solo una minoranza ha utilizzato il fascicolo negli ultimi mesi, con forti disparità territoriali: alcune Regioni registrano livelli di utilizzo elevati, mentre altre restano ferme a percentuali minime.
Anche il consenso alla consultazione dei dati sanitari è ancora poco diffuso, segnale di una fiducia non ancora pienamente consolidata nel sistema.










