di Leonardo Tupini

 

La spiaggia in estate, un paradiso terrestre, acqua salvifica che rinfresca dalle elevate temperature medie. L’arenile offre rifugio a tutti, dall’intellettuale borghese, al filogovernativo di nobili origini, al medio borghese con famiglia, in alcuni casi anche con cane al seguito, per giungere poi all’operaio o al giovane che arriva in scarpe da ginnastica e cellulare alla mano, roba da far invidia perfino alla tratta ferroviaria Roma Foggia.

E proprio in Puglia, si discute quest’estate dell’intenzione di alcuni gestori di stabilimenti balneari circa la necessità di rivolgersi ad un pubblico di élite o per riportarla in termini tecnici, avere come obiettivo un target alto spendente, visto che ormai la classe media, e qui bisogna dar ragione agli esercenti, si è impoverita ed ha perso capacità di spesa.

Sul perché la classe piccolo media borghese si sia impoverita, dato di fatto incontrovertibile, si stanno spendendo fiumi di inchiostro e di parole ma si sta, in termini pratici, facendo molto meno se non quasi nulla per porre rimedio alla questione.

E’ invece questione aperta se sia giusto per gestori di concessioni pubbliche decidere di rivolgere il proprio servizio ad una minima parte della società, rendendo di fatto inaccessibile a tutti gli altri il poter usufruire di un bene pubblico.

La disciplina delle concessioni turistico-ricreative rientra nel più ampio ambito della utilizzazione e gestione del demanio marittimo (artt. 28 e ss. c. nav.).

In una prospettiva moderna e dinamica è stato quindi utilizzato lo strumento  dell’affidamento in concessione dei beni del demanio marittimo a soggetti privati contro il pagamento di un canone, soggetti che provvederanno a gestire il bene demaniale in maniera imprenditoriale, di modo tale che l’utilità per la società non sia più data dal bene in sé, “ma dall’organizzazione imprenditoriale che lo gestisce per un miglior soddisfacimento dei bisogni della collettività”. Questa la ratio che dovrebbe essere alla base delle concessioni ”il miglior soddisfacimento dei bisogni delle collettività”.

E la collettività ha bisogno di posti dove un ombrellone costi circa 1.000 € al giorno, dove la bevanda preferita sia champagne e non gazzosa e dove il vicino d’ombrellone sfogli il Financial Times o legga A’ la recherche du temps perdu, ovviamente in lingua originale, e non un banalissimo quotidiano di sport.

“I ricchi vogliono tutto e subito. Chi ha tanti soldi non vuole prati o musei, ma lusso, servizi impeccabili e tanta attività. Questo è il turismo che lascia soldi”.

Non quindi l’esigenza di offrire servizi e qualità alla collettività, ma lo spirito commerciale di far soldi subito, giusta ricompensa poi per chi che alla base di tutto lucra sulla differenza tra quanto dovuto alla Pubblica Amministrazione, Stato, Regioni, Comuni, ossia a noi tutti, e quanto incassato. Basti pensare che il costo medio annuale per la concessione di uno stabilimento è di 5.180 euro, ma più della metà delle concessioni pagano meno di 2.500 € (dati Nomisma 2021).

Ne emerge una società italiana impoverita in termini economici e con scarse prospettive di miglioramento ma anche povera di imprenditori, con la I maiuscola in grado di affrontare vere sfide su mercati e tuttavia, purtroppo, ricca, anzi ricchissima, di molti commercianti con la mentalità da bottegai.