Gli agenti della Squadra Mobile e dello Sco hanno perquisito gli studi professionali di Gianni Di Vita. Acquisiti documenti, materiale informatico e una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi. Il marito e padre delle due vittime non risulta indagato e ha consegnato spontaneamente altri dispositivi alla polizia.

Nuova giornata di accertamenti nel giallo di Pietracatella, l’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, decedute alla fine di dicembre 2025 dopo una grave intossicazione da ricina. A nove mesi dai fatti, gli investigatori hanno effettuato una serie di perquisizioni negli spazi utilizzati professionalmente da Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, acquisendo documenti e materiale digitale.

Di Vita, ex sindaco di Pietracatella e commercialista, non risulta indagato nell’inchiesta per duplice omicidio premeditato, che allo stato attuale resta contro ignoti. Lo hanno ribadito sia le fonti investigative sia il suo legale Vittorino Facciolla.

L’operazione arriva in una fase particolarmente delicata delle indagini coordinate dalla Procura di Larino, dopo mesi di analisi scientifiche, audizioni e accertamenti sui dispositivi elettronici della famiglia.

Perquisiti i due studi professionali

Le operazioni sono iniziate nella mattinata del 29 settembre. Gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, insieme agli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, hanno prima raggiunto lo studio di Gianni Di Vita in via Risorgimento a Pietracatella, situato di fronte all’abitazione della famiglia.

Successivamente gli investigatori si sono trasferiti nello studio professionale di via D’Amato a Campobasso, nel quale Di Vita lavorava anche insieme alla moglie Antonella Di Ielsi. La seconda perquisizione si è protratta più a lungo e al termine delle operazioni il commercialista è stato accompagnato in Questura per gli adempimenti relativi ai verbali del materiale acquisito.

Tra gli oggetti prelevati dagli investigatori figurano documenti, supporti digitali e una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi, contenente effetti personali.

Secondo quanto riferito dall’avvocato Facciolla, le verifiche non sarebbero state circoscritte alla sola persona di Gianni Di Vita, ma avrebbero riguardato locali e immobili nella disponibilità della famiglia, nell’ambito della ricerca di elementi utili a ricostruire quanto avvenuto nelle settimane precedenti alla morte di madre e figlia.

La giornata investigativa è proseguita con più accessi di Di Vita negli uffici della Questura di Campobasso.

Dopo il primo passaggio, legato alla formalizzazione delle operazioni di perquisizione, il commercialista è tornato spontaneamente portando agli investigatori una memoria elettronica esterna. In serata ha fatto nuovamente ingresso negli uffici della polizia consegnando due computer, sui quali potranno essere effettuate copie forensi dei contenuti.

Interpellato dai giornalisti all’uscita, Di Vita si è detto «serenissimo» e successivamente ha spiegato che arriverà il momento in cui la famiglia avrà qualcosa da dichiarare.

Il suo difensore ha ribadito l’atteggiamento di «piena collaborazione» mantenuto sin dall’inizio dell’indagine, sottolineando la disponibilità a consegnare agli investigatori tutto il materiale ritenuto utile alla ricostruzione dei fatti.

Le perquisizioni arrivano a meno di 24 ore da un altro passaggio importante dell’inchiesta.

Il 28 settembre erano infatti iniziati in Questura gli accertamenti tecnici sui dati contenuti in un computer e in dieci pen drive sequestrati il 31 luglio nello studio di Di Vita.

Gli specialisti dello Sco hanno ricevuto l’incarico di estrarre e copiare il contenuto dei dispositivi, cercando eventuali informazioni che possano aiutare a ricostruire rapporti personali e familiari, ricerche internet, comunicazioni, documenti, note e soprattutto eventuali navigazioni collegate al reperimento o alla conoscenza della ricina.

L’incarico prevede un arco temporale molto ampio, dalla prima attivazione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo, e dovrebbe concludersi entro sessanta giorni, salvo proroghe.

Il quadro giudiziario richiede particolare cautela.

La Procura di Larino procede per duplice omicidio premeditato, ma il fascicolo relativo all’avvelenamento resta attualmente contro ignoti. Separatamente, cinque medici risultano indagati per omicidio colposo nell’ambito del primo procedimento aperto dopo gli accessi ospedalieri delle due donne, fascicolo successivamente confluito nell’indagine principale.

A settembre la Procura ha chiesto una proroga di sei mesi delle indagini preliminari, portando il possibile nuovo termine fino a marzo 2027. La richiesta è stata motivata dalla quantità e dalla complessità degli accertamenti ancora da completare.

Tra gli elementi ancora attesi ci sono soprattutto le conclusioni definitive degli approfondimenti scientifici effettuati anche in Germania.

La certezza sulla causa dell’intossicazione è arrivata diversi mesi dopo le morti.

Ad aprile la relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia ha confermato per Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita una «grave intossicazione da ricina», indirizzando definitivamente l’inchiesta verso la ricerca della modalità attraverso la quale la sostanza è entrata in contatto con le vittime.

La ricina è una tossina estremamente pericolosa contenuta nei semi della pianta Ricinus communis. Il punto centrale dell’indagine non è quindi più soltanto stabilire quale sostanza abbia provocato i decessi, ma comprendere come sia stata assunta, dove fosse presente e se l’esposizione sia stata accidentale oppure conseguenza di un’azione volontaria.

Le analisi effettuate su Gianni Di Vita hanno invece dato risultato negativo alla ricina, come confermato nell’aprile scorso da fonti investigative.

Un passaggio fondamentale dell’inchiesta si era verificato alla fine di luglio, quando esperti italiani e specialisti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino avevano effettuato un lungo sopralluogo nell’abitazione di Pietracatella.

Nel corso delle operazioni furono raccolti 131 reperti, tra alimenti, materiali e altri elementi sui quali cercare eventuali tracce della tossina. Il sopralluogo durò oltre otto ore.

Una parte dei campioni è stata quindi sottoposta ad approfondimenti specialistici in Germania. A inizio settembre, tuttavia, la procuratrice di Larino Elvira Antonelli aveva precisato che la relazione conclusiva dei consulenti tedeschi non era ancora stata depositata, sottolineando la complessità delle analisi.

Da mesi gli investigatori stanno ricostruendo anche la dimensione digitale della famiglia.

Telefoni, computer, modem e tablet sono stati acquisiti per verificare cronologie di navigazione, messaggi, documenti, fotografie, registrazioni e appunti. Tra gli obiettivi indicati dalla Procura c’è anche quello di stabilire se Antonella o Sara avessero effettuato ricerche sulla ricina oppure se nei dispositivi fossero presenti informazioni in grado di ricostruire gli alimenti consumati prima dei malori.

Gli investigatori hanno ascoltato nel corso dei mesi numerose persone vicine alla famiglia. A giugno una conoscente era stata denunciata per favoreggiamento dopo che, secondo gli investigatori, alcune sue dichiarazioni sulle dinamiche familiari sarebbero risultate incompatibili con gli elementi successivamente raccolti.

Anche questo episodio costituisce tuttavia un segmento autonomo dell’inchiesta e non consente, allo stato, di attribuire responsabilità per la morte delle due donne.

Le perquisizioni del 29 settembre sembrano dunque segnare un ulteriore approfondimento investigativo, ma non modificano per ora lo status giudiziario di Gianni Di Vita.

L’acquisizione di nuovi documenti e dispositivi dovrà essere letta insieme alla grande quantità di materiale raccolto nei mesi precedenti: i 131 reperti prelevati dalla casa, le analisi tossicologiche, le testimonianze, gli approfondimenti dei consulenti italiani e tedeschi e la mole di dati informatici ora al vaglio dello Sco.

La Procura continua a lavorare su un fascicolo per duplice omicidio premeditato contro ignoti. La domanda centrale rimane la stessa: come sia arrivata la ricina che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e se dietro quell’avvelenamento vi sia stata un’azione volontaria.

Le nuove acquisizioni potrebbero aiutare a ricostruire gli ultimi tasselli di una vicenda che, a nove mesi dai fatti, continua a tenere Pietracatella e l’intero Molise in attesa di una risposta definitiva.