di Leonardo Tupini

 

 

Marcetelli, piccolo comune vicino Rieti, negli ultimi anni ha perso oltre l’80 per cento della popolazione e adesso non raggiunge neanche quota cento residenti.

Non è un caso isolato, rientra infatti nella casistica dei 5.518 cittadine e borghi, così come censite dalla legge Realacci, che ogni giorno in Italia combattono il fenomeno di spopolamento aggravatosi negli ultimi anni.

Basti pensare che dal 1971 al 2015 ben 115 comuni hanno registrato un tasso di spopolamento superiore al 60% e quasi un migliaio si sono invece fermati intorno al 50%.

Spesso si fugge da posti meravigliosi, molti di questi centri rientrano infatti anche nella classifica dei borghi più belli d’Italia ma a fronte della bellezza architettonica o naturale, la realtà quotidiana si scontra con la cronica mancanza di lavoro e di servizi, ma soprattutto con la deprimente mancanza della prospettiva di un futuro.

Geograficamente parlando nel nostro paese i borghi abbandonati non sono delle eccezioni e non appartengono solo a specifiche aree ma sono, purtroppo, una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale.

Per cercare di ripopolare tali località si sono poste in essere una serie di iniziative, cui è stato dato grande risalto anche dalla stampa internazionale, per richiamare nuovi cittadini. In Sicilia, ad esempio, le case abbandonate sono state proposte gratis o a prezzi simbolici per futuri abitanti. Progetto che ha consentito agli amministratori locali di ricevere attenzioni da ogni parte del pianeta.

Ma hanno riscosso un buon successo anche progetti di crowfunding, per riparare scuole o edifici comunali, così come la nascita di piccole cooperative locali, la creazione di posti di lavoro per riportare in auge piccoli tesori dimenticati o prodotti agricoli abbandonati negli anni, nel tentativo di non far scappare le nuove generazioni.

Certo spesso questi borghi sono caratterizzati da piccole dimensioni, in realtà non più un gruppo di case che sorgono intorno ad una piazza, una chiesa, una fontana o intorno al Municipio.

Questi luoghi, nonostante le ridotte superfici, sono tuttavia portavoce di identità locali di valore inestimabile, testimonianza, dello stile di vita, di tecniche costruttive e della capacità di interagire con il paesaggio circostante, di tempi antichi e quasi dimenticati.

Ma quando sono stati abbandonati? Quali le cause dell’abbandono?

Come molte nazioni europee il dopoguerra ha portato con sé il massimo spopolamento dei borghi. Specialmente in Italia, il boom economico ha comportato il grande esodo della popolazione, si abbandonava il proprio paese di origine, povero e distrutto, spesso legato ad un economia rurale di sussistenza, per ricercare lavoro e benessere nelle grandi città e nelle floride industrie ad esse collegate. Un fenomeno che coincide quindi in maggior parte con l’abbandono dell’economia agricola a favore dell’industria.

Altri centri sono invece stati abbandonati per cause legate ad eventi naturali, terremoti, alluvioni, ci sono quelli poi abbandonati per altri motivi, dall’approvvigionamento idrico alla chiusura delle attività produttive intorno a cui si era sviluppato il centro abitato, ad esempio una miniera, una cava o un’impresa che consentiva la vita della comunità.

Purtroppo lo spopolamento, oggi, deve essere letto non solo come mero abbandono dei territori marginali rispetto alle città ma come una vera e propria sconfitta dello stato.

Infatti, sempre più spesso, questo è conseguente ad una carenza di risorse, fisiche e sociali, alla mancanza di servizi basilari, soprattutto di carattere sanitario ma anche tecnologico, si pensi ad esempio alla mancanza di collegamenti in fibra ottica, vere e proprie limitazioni a eventuali processi di qualificazione e di sostenibilità del territorio.

La tendenza sembrerebbe quindi irreversibile, le zone meno popolate continuano infatti a perdere popolazione a ritmi e intensità diverse, ma costantemente.

Ma pensando a questi borghi, questi paesini, queste cittadine non dobbiamo immaginarli come spazi vuoti, perché mai abitati. Questi centri sono oggi spopolati non disabitati, ancora diversi individui vivono la lora quotidianità, per svariati motivi, nelle poche case rimaste aperte, ma a un prezzo notevolissimo di isolamento e solitudine che unito alla mancanza di un tessuto sociale minimo che consenta la vivibilità e la sostenibilità di questi nuclei si traduce in peggiori condizioni di vita, tanto più che la popolazione residua è una popolazione che invecchia e non si rinnova.

Ecco perché bisogna interessarsi per riattivare i centri spopolati, essi sono entità territoriali fulcro di tradizioni e testimonianze, connaturate da un forte valore umano e sociale.

Tuttavia a qualcuno la scelta di recuperare territori e tradizioni ormai abbandonate potrebbe sembrare sconveniente e perfino perdente, viviamo infatti in un epoca caratterizzata da un elevato livello di tecnologia, presente ormai in tutti gli aspetti della vita quotidiana, e da una visione tesa prevalentemente al futuro, proiettata allo sviluppo, senza mai molto soffermarsi a guardare il passato.

Bisognerebbe invece comprendere come il recupero delle tradizioni e degli usi non debba necessariamente comportare il rifiuto del moderno, anzi specialmente in ambito territoriale questo risulta invece essere essenziale per la comprensione del territorio stesso, delle interazioni con le aree limitrofe e delle eventuali, inevitabili, conseguenze derivanti dal suo abbandono e soprattutto sia essenziale ai fini di scelte future.

Infatti lo spopolamento di intere aree, salvo poi ripopolarsi stagionalmente, ha lasciato molte aree sprovviste di manutenzione e soggette a rischi come frane e alluvioni. Sono questi casi in cui l’abbandono ha avuto ripercussioni anche sull’insediamento umano, dove ad esempio nelle zone montuose la mancanza di controllo sui fenomeni idrogeologici ha fatto aumentare il rischio di alluvioni e smottamenti soprattutto per i centri abitati circostanti, mentre nelle aree costiere l’abbandono dei centri abitati e dell’attività agricola può dar luogo a fenomeni di paludismo ed al diffondersi di malattie infettive legate alla presenza dell’acqua.

Da qui la necessità, e ormai l’urgenza di offrire una soluzione. Necessità avvertita anche dalle istituzioni europee, tanto che la sfida demografica è oggi inclusa tra le priorità dell’agenda dell’Unione europea, accanto alla questione climatica e alla transizione digitale.

Ma oggi, privi di reali politiche di intervento, non dinnanzi ad un fenomeno facilmente reversibile, ma siamo di fronte ad una vera riconfigurazione del sistema demografico, di cui lo spopolamento è solo una delle tappe. Gli altri sono l’invecchiamento e la mancanza di natalità. Se queste variabili continueranno a diminuire, il nostro paese nei prossimi decenni perderà popolazione praticamente senza rimedio. Il problema paradossalmente non sono più le persone che se ne vanno, ma quelle che non vengono sostituite.