Asciughiamo il quadro complessivo dall’enfasi, dalle emozioni, dalle polemiche, dalle tensioni del momento. E andiamo al sodo. Ballottaggio a parte, c’è un punto fermo dopo questa prima tornata elettorale, Virginia Raggi è fuori gioco, ha perso, la sua tormentata vicenda politica alla testa del Campidoglio è finita. Comunque andrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi l’amministrazione capitolina sarà un’altra cosa, avrà altri parametri, altri profili. Se non migliori, almeno diversi. La città è stata per cinque lunghi anni  sgovernata da un gruppo dirigente senza nessuna esperienza politica ed amministrativa di livello, apprendisti stregoni che hanno fatto pratica sulla pelle dei romani cercando di trasformare in atti di governo una rivoluzione culturale casareccia. E’ stato un disastro, la capitale è sopravvissuta (male) ed è rimasta in piedi solo perché il management capitolino pur con il freno tirato ha fatto la sua parte. Il corpaccione burocratico, i 25mila comunales no, hanno mal sopportato i grillini al potere e li hanno boicottato in ogni modo. Questo non assolve il gruppo dirigente a cinque stelle, incapace di prendere in mano la situazione e di “governare”.
Ricordate? I quatto moschettieri di Grillo facevano una colorita opposizione, pronti a portare le arance in carcere al “marziano” Ignazio Marino. Ma poi Marcello De Vito, Virginia Raggi, Enrico Stefàno, Daniele Frongia, alla prova dei fatti non  hanno saputo dare seguito alle promesse, si sono persi. Buche, campi rom, ciclabili, via via fino ai cinghiali. E ancora il disastro delle periferie, l’emergenza rifiuti, i bilanci farlocchi delle partecipate, gli scivoloni politici, l’irrefrenabile avanzare del degrado urbano. Infine l’incapacità di ammettere le responsabilità , di chiedere scusa ai romani per il sogno infranto. Punto e a capo.  Roma e i romani provano a voltare pagina. In meglio? Questo è tutto da vedere, da dimostrare.
Enrico Michetti e Renato Gualtieri sarebbero in grado di gestire la capitale in modo diverso, in modo politicamente e tecnicamente più performante di quanto sia riuscito a fare il sindaco grillino? Serve un “professionista”,  ha scritto qualcuno, e attorniato da “professionisti”. Servono una grande capacità strategica, una mente lucida e fredda, una grande indipendenza di giudizio e soprattutto mano libera e risorse. Ci siamo con il prossimo sindaco di Roma, che sia moderato o progressista (usciamo per favore dalla retorica della destra e della sinistra) ? Ma servono anche appeal e carisma, empatia, accompagnati da una capacità di comunicare e di convincere il popolo romano, di rassicurarlo.  Tutte condizioni fondamentali, indispensabili per dare una speranza ai romani. A spanne i due possibili sindaci sono abbastanza lontani da questi target. Non basta saper leggere i bilanci e conoscere i meandri della burocrazia capitolina, non basta la “romanità” sparsa a piene mani; così come l’essere stato ministro e il conoscere i meccanismi della politica di governo e degli equilibri della burocrazia europea non garantisce quel salto di qualità, quella capacità di inventare, di programmare, di far sognare che deve avere un leader.
Ecco, una parola chiave. Non è mai stato un leader, una guida, Virginia Raggi, sembrava da un lato ingabbiata dai colonnelli del Movimento e dall’altra telecomandata da Beppe Grillo. Non ha fatto a tempo ad esprimersi, forse. Michetti e Gualtieri hanno sicuramente delle squadre a disposizione, dei partiti strutturati. Ma Zingaretti, il guru Goffredo Bettini, La Meloni, Tajani, i proconsoli romani di Matteo Salvini lasceranno mano libera al loro candidato vincitore? Alzi la mano chi è in grado di garantirlo. Andrà meglio? Dobbiamo sperarlo per forza.