Due cinesi con sintomi importanti raccolti all’ingresso dell’hotel Palatino, via Cavour. Sembra un secolo fa, è passato un mese e mezzo. Attorno a quell’episodio giorno dopo giorno si è costruito partendo dallo Spallanzani un sistema, un modello di difesa dal Coronavirus che è andato crescendo in parallelo allo scatenarsi del virus. Gli italiani rientrati dalla Cina, la nave da crociera stoppata a Civitavecchia,  tutto quello che ne è seguito, fino all’allarme generale e all’emergenza di oggi. E’ stato fortunato, il Lazio, la Lombardia è al tracolllo, mentre attorno al Cupolone c’è stato modo di organizzarsi; ma bisogna ammettere che in Regione hanno saputo reagire apparentemente in modo ordinato, almeno sul piano strategico. Prima le tensostrutture  del pre-triage, poi l’implementazione del reparto dello Spallanzani, la conta e l’apertura di posti di terapia intensiva dove fosse possibile (e a Roma questa possibilità c’è) quindi il Covid 2 hospital al Colombus, la  proiezione di un Covid 3 (struttura privata “affittata”) Casalpalocco e di un Covid 4 a TorVergata. Infine un quinto centro individuato nell’Eastman. Ce n’’è abbastanza per reggere ad un possibile/probabile assalto? Pare di sì, anche perché intanto sono stati attivati tutti i presidi possibili nelle altre province. Il fatto positivo è che di tutto questo si farà tesoro e che per il futuro saremo pronti e collaudati. Nel Lazio hanno massacrato per anni la sanità, oggi scoprono la necessità di assumere migliaia di medici e infermieri, di offrire incentivi, di arruolare chiunque.
Oltre cinquecento i casi positivi nella Regione con un incremento costante, ma rispetto a quanto sta accadendo al Nord sembrano essere per ora rose e fiori.  Tutto bene dunque? Neanche per sogno. Fin qui si è raccontato di quello che appare in vetrina. Nel negozio è tutt’altra cosa. Alcuni ospedali sono decimati nel personale, in alcune Asl la situazione è decisamente critica e nessuno si occupa seriamente  di quel che succede nelle decine di Rsa sparse nella regione, potenzialmente delle bombe pronte ad esplodere. E’ quasi al collasso l’altra sanità, quella che non è concentrata sul Coronavirus. Era in sofferenza prima, lo si raccontava ogni giorno. Oggi è alle corde, ma nessuno ha tempo da dedicarci. Eppure ictus, infarti, malattie neurodegenerative non sono sparite d’incanto (mentre sembrano azzerati, chissà perché gli effetti della influenza di stagione). Poi ci sono gli scandali delle mascherine e delle protezioni per gli operatori sanitari; a questo nessuno aveva pensato. Peccato.   Ancora, c’è la situazione critica, molto critica, della sanità privata,  fin qui tagliata fuori, sacrificata. Delibere su delibere in queste settimane l’hanno tenuta ai margini,. Costretta a fare una battaglia di retroguardia contro l’epidemia e a cercarsi disperatamente sul mercato quelle mascherine che finiscono direttamente al Pubblico.  Soltanto lunedì  c’è stata un’intesa Regione-Aiop che consente finalmente alla associazione datoriale della sanità privata di scendere in campo con tutte le sue strutture per dara una mano sul serio. Una svolta positiva in una situazione così complessa.
A bocce ferme, a crisi superata, andranno fatte valutazioni e considerazioni. Ma non c’è dubbio che l’intero sistema sanitario  da questa crisi sia subendo degli scossoni che lasceranno il segno. A emergenza finita probabilmente bisognerà mettere mano ad una riforma radicale che cambi profondamente l’equilibrio dei rapporti tra Stato centrale e autonomia delle regioni e che metta fuori gioco la politica. Oggi si coglie l’essenza di una organizzazione di welfare state che nella emergenza rende tutti uguali di fronte alla malattia. Ma questa armonia, questa eccellenza che rende l’Italia un paese di prima classe (vedi i problemi che si trova ad affrontare il malato negli Usa, migliaia di euro per un tampone) nel mondo, si spezza inesorabilmente nella routine quotidiana di una sanità che fa acqua da tutte le parti. Qualcuno provvederà?

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