Rebecchini: “Fermiamo il Lazio”

La Corte Costituzionale ha bocciato il Piano paesistico della Regione Lazio in un caldo pomeriggio romano, pochi minuti dopo le 18 che per puro caso segnava il 17 di novembre sul calendario. Una bocciatura che ha il sapore amaro dell’annullamento di quanto votato dal Consiglio regionale del Lazio, un siluro per Nicola Zingaretti perché il provvedimento era stato impugnato proprio dal suo collega di partito Dario Franceschini all’epoca ministro. In sintesi la Corte Suprema contesta alla Regione di aver fatto tutto da sola senza aver condiviso la scrittura del piano con il Mibact. Eppure il piano era stato limato in aula faticosamente per cercare un equilibrio che accontentasse tutte le forze politiche coinvolte nella stesura. 

Ed ecco che esplode la reazione delle realtà imprenditoriali e professionali investite da un provvedimento che, di fatto, riporta tutti alla casella via come nel gioco del Monopoli. Torna in vigore quanto stabilito nel piano del 2008. Il primo commento arriva dall’associazione dei costruttori romani (Ance Roma-Acer) per bocca di Nicolò Rebecchini: “La sentenza è l’ennesima dimostrazione di come la mancanza di chiarezza tra le competenze tra Stato e Regione sulla materia del paesaggio determini situazioni di grave incertezza per tutti. Il piano regionale, aggiunge Rebecchini, “rappresentava un punto di equilibrio tra imprescindibili esigenze di tutela del territorio e altrettante necessarie esigenze di sviluppo economico. Come operatori del settore- conclude Rebecchini- con questa pronuncia saremmo costretti a fermare i lavori avviati. E il colpo di grazia per migliaia di imprenditori che ogni giorno lottano per non morire davanti all’ulteriore difficoltà di rapportarsi con un’amministrazione che con il lavoro agile è diventata la negazione del buonsenso”.

Segue dopo poche ore la dichiarazione di Massimo Tabacchiera, presidente di Confapi Lazio: “Un aspetto procedurale rischia di riportarci indietro di 20 anni, con effetti devastanti sullo sviluppo del territorio, sull’economia e sulle infrastrutture, colpendo, in particolare, – continua Tabacchiera – un settore trainante come quello dell’edilizia che aveva trovato proprio in questo provvedimento una delle poche leve per risollevarsi, considerata la profonda, duratura e generalizzata crisi che ha falcidiato il comparto delle costruzioni”.

Prosegue Tabacchiera: “Il sistema produttivo, già allo stremo per le conseguenze dovute alla pandemia, viene ulteriormente penalizzato; il territorio vedrà ancora ritardare i processi di riqualificazione e rigenerazione urbana disperdendo opportunità importanti e risorse messe a disposizione degli enti locali da provvedimenti anche di recente emanazione”. Dura anche la reazione di Giancarlo Cremonesi: “Siamo all’assurdo, oramai in questo Paese per fare qualsiasi cosa si impiegano dieci anni di discussioni. L’ultimo Piano regolatore della Capitale, per esempio, è nato vecchio. I cambiamenti procedono alla velocità della luce e gli imprenditori subiscono errori della politica come questo e con l’inerzia e la lentezza dell’amministrazione. Così la città e la regione muoiono, gli investitori si spaventano per l’incertezza che regna in Italia perché sembra che in qualsiasi momento il vento possa cambiare e gettare all’aria anni di lavoro e investimenti. E’ il de profundis per una città quasi in ginocchio”.

Nicolò Rebecchini restando in argomento durante il secondo appuntamento del ciclo di incontri digitali “Oi dialogoi” insieme a Giancarlo Cremonesi e all’architetto Valter Macchi sul tema “La rigenerazione/resilienza urbana” ha tracciato un identikit del prossimo sindaco di Roma: “Sostanzialmente la città è ferma da quando Veltroni ha lasciato il Campidoglio. Non c’è stata più il rilancio di una visione di città, solo tentativi di governare la città senza andare avanti in nulla. Il sindaco che verrà dovrebbe chiedere aiuto alle imprese nel governo della città, avviare un confronto proficuo fermo restando la diversità dei ruoli e degli obiettivi. Il prossimo sindaco non può arrivare per fare politica, la città è immobile”. Cremonesi e Rebecchini hanno sottolineato, concludendo l’incontro, la centralità delle periferie. Il Centro deve andare in periferia in termini di completezza e offerta qualitativa della vita ma -ha sottolineato Cremonesi- mai dimenticare che dal punto di vista economico il cuore della Capitale ha un peso determinante sul Pil del Paese intero e sulla vita di migliaia di aziende”.