Una chiusura prolungata «potrebbe stravolgere per sempre il futuro della meccanica italiana»; «Finché non si potrà ricominciare a produrre, nel rispetto dei criteri di sicurezza, la meccanica italiana perderà 900 milioni di euro al giorno mettendo a rischio 4.500 posti di lavoro per ogni giornata di chiusura». L’ultimo grido d’allarme del fronte delle imprese arriva dall’associazione della meccanica Anima Confindustria. Mettere in piena sicurezza le fabbriche e gradualmente ripartire: è l’appello rilanciato da più imprenditori. Intanto i sindacati si preparano ad un Primo Maggio alternativo alla piazza. Cgil, Cisl e Uil hanno deciso oggi di sospendere la manifestazione nazionale, che quest’anno era prevista Padova, ed il concerto di piazza San Giovanni a Roma. E stanno valutando idee «alternative» per celebrare la giornata senza assembramenti, «anche nel tradizionale rapporto positivo con la Rai per dare voce al mondo del lavoro e sottolinearne il contributo che sta offrendo in questa drammatica crisi sanitaria». «Il nostro nemico è il virus, lo sappiamo bene, ma il nostro nemico è anche il tempo» avverte Carlo Bonomi, il presidente di Assolombarda: il Paese «rischia l’osso del collo». Candidato alla prossima presidenza di Confindustria, e con una più ampia base di consenso, Bonomi vive oggi la prima linea delle imprese nell’area del Paese più colpita. Rileva, in una intervista a Il Foglio, anche il rischio che «sia tornato un forte e radicale pregiudizio antindustriale», un conflitto tra salute e lavoro che non deve esserci: può essere superato con «un modello che metta insieme una sicurezza sanitaria mirata e che ancori a questo la riapertura», graduale, con tempi e modalità diverse regione per regione. Avverte poi con chiarezza: se l’Italia esce dalle filiere produttive «ne sarà esclusa per sempre». Riaprire a Maggio? Con i fatturati azzerati «significherebbe costringere metà delle imprese lombarde a non essere in grado di pagare gli stipendi già dal prossimo mese». Anche Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria che il 16 aprile sfiderà Bonomi nel voto online per designare il prossimo leader degli industriali, avverte: bisogna riaprire «subito dopo Pasqua facendo un discorso diverso regione per regione»; «Dentro le imprese gli ambienti sono sanificati, le regole sono applicate»; «Le nostre imprese sono più sicure dei supermercati», dice a Radio Capital. E sottolinea: «Sono a rischio i posti lavoro per il dopo emergenza. Non sappiamo quanti riapriranno», serve massimo sostegno alle imprese «sennò si muore. Prima di coronavirus, poi di cose da mangiare che mancano». Se si arriva così a metà maggio «diverse aziende sono destinate a non riaprire più. In questo modo perdiamo tutti i mercati esteri, dove esportiamo fino a punte del 90%, e significherebbe ammazzare l’economia bresciana», avverte il presidente degli industriali di Brescia, Giuseppe Pasini. Per le imprese l’asimmetria con quanto accade all’estero è un nodo determinante: i rischi sono maggiori per chi in Italia è fermo mentre in altri Paesi europei si produce (è l’allarme per settori come l’acciaio). Il Financial Times evidenzia come, al contrario, in Italia con Poste sono regolarmente garantiti servizi che permettono di lavorare anche al «gigante dell’e-commerce Amazon» mentre in Paesi come Francia e Spagna sono fortemente ridotti. La linea dei sindacati resta improntata ad una maggior cautela. «Qualunque dovesse essere la data per passare alla ‘fase duè ci adegueremmo rigorosamente e vigileremo affinché tutti si adeguino», dice il leader della Uil, Carmelo Barbagallo: «Non c’è alternativa: dobbiamo adattarci all’attuale condizione di emergenza e resistere per vincere la battaglia per la sicurezza di tutti i lavoratori, i pensionati, i cittadini del nostro Paese». E dal vertice della Cisl Annamaria Furlan avverte: «Oggi i dati non ci permettono di immaginare di aver superato la fase uno. Questo tempo va utilizzato per mettere in sicurezza le aziende, per essere pronti una volta tornati all’attività. Non va abbassata assolutamente la guardia e bisogna rendere i posti di lavoro più che sicuri».