Illuminante l’ultimo episodio al PS del San Camillo.Una situazione paradossale, le regole che valgono per i cittadini romani sono sistematicamente ignorate e calpestate dai membri di una comunità che si comporta come uno stato autonomo, con leggi e usanze
 proprie. L’amministrazione capitolina tollera tutto ( o è impotente) e le azioni di contrasto sono fortemente inadeguate. Ma si tratta di “ospiti” particolari, mantenuti dal Campidoglio e ai quali tutto è bonariamente concesso. Anche delinquere

Di Paolo Dordit

A Roma comandano i rom. Ammettiamolo. Fanno il bello e il cattivo tempo, svuotano i secchioni indisturbati, lavano i vetri delle macchine ai semafori,  rubano il rame, addestrano ladri e borseggiatori, organizzano mercatini abusivi, trasformano i loro campi in discariche e fonderie. Insomma, vivono fuori dal mondo civile. Mantenuti dalla amministrazione comunale di Roma, acqua luce e gas, i bambini accompagnati a scuola e seguiti (ma nei campi le lezioni più seguite sono quelle di borseggio) protetti come nessuna categoria sociale dei residenti romani è mai stata e mai sarà. Se questi aiuti li avessero gli anziani, le famiglie sotto il reddito minimo di sopravvivenza, i disabili, penseremmo di essere in Svizzera o in Danimarca. E invece no. Non è così. I romani non sono liberi di non pagare le tasse, di commettere infrazioni minori. Meno che mai di infrangere la legge e passarla liscia. Loro sì. Possono mettere in campo una spedizione punitiva all’interno del maggiore ospedale romano e in sostanza di passarla liscia. Uno di loro era stato sorpreso in situazione sospetta all’interno di un condominio e dopo una rissa era finito al Pronto Soccorso. Ma questo cambia poco. Per molto meno sarebbero arrivate le volanti, tutti identificati e portati in questura.
Dunque mettiamo da parte stereotipi, pregiudizi e questioni ideologiche. Qui il razzismo di maniera non c’entra. Quello che è accaduto l’altro giorno al Pronto Soccorso del San Camillo sarebbe potuto accadere a Napoli, e in quel caso si sarebbe tirato in ballo la camorra, il degrado sociale, l’assenza di uno Stato in grado di contrapporsi ad un antistato. A Roma la questione è diversa. Ed è paradossale. Perché si assiste ad una sorta di franchigia, di libertà assoluta di delinquere ai membri di una comunità estranea alla capitale. Una comunità che si comporta come uno stato autonomo, con leggi e usanze proprie, vivendo in location assurdamente degradate, per una scelta di vita rom, non per violenza del sistema nei confronti di questa comunità. Ignorando le regole che valgono per tutti i cittadini romani, italiani. Pare che la “squadraccia” rom si sia mossa, per vendicare il torto subito, dal campo Rom di Vicolo Salvini, tristemente famoso per mille episodi di violenza e di piccola malavita. E frequentemente passata a setaccio dalle forze dell’ordine. Perché anche questo va detto, la strategia di contrasto c’è, ma è sterile, poco efficace. Secondo il piano della Prefettura ci sono controlli continui da parte di agenti di Polizia, dai Carabinieri e dalla Polizia Locale di Roma Capitale. Proprio nei giorni scorsi c’è stato un ‘blitz’ interforze nel campo rom di via Salviati, dove sono state identificate 198 persone. Ma un’altra  operazione interforze straordinaria di controllo era avvenuta presso il Campo Nomadi di via Candoni a Roma e prima ancora in via di Salone. Identificare i presenti, passare al setaccio le baracche, verificare le proprietà delle macchine. Finisce lì. La comunità rom con tutte le sue contraddizioni resta fuori dal cerchio della collettività, rifiuta la cosiddetta integrazione. E’ un circolo vizioso dal quale Roma non riesce ad uscire. La chiusura dei campi nomadi sono una grande questione sulla quale le Giunte che si sono succedute negli anni non riescono a cavare un ragno dal buco. IL Campidoglio è disponibile ad offrire soldi alle famiglie che accettano di lasciare le baracche, ma il sistema non funziona. La Raggi ha trascorso la sua consiliatura annunciando le chiusure dei diversi campi. Ma ha fallito. E oggi la politica di Gualtieri non è certo di quelle dure e inflessibili. Solo il commissario straordinario c he aveva guidato la capitale nel periodo di transizione Marino-Raggi, il prefetto Francesco Paolo Tronca aveva affrontato in maniera muscolare ma corretta il problema, con una serie  di misure incisive e con l’ipotesi dell’esercito dentro i campi. Non ha fatto a tempo a portare a casa nulla. E oggi assistiamo impotenti alla spedizione punitiva al San Camillo