5100404_1654_coronavirus_carceri_rivolta_ultime_notizie_cosa_succede_italia (1)

x

di Giovanni Tagliapietra

 

Incredibile, abbiamo fatto finta di niente, avevamo tanti altri problerni da affrontare e sui quali azzuffarci, l’emergenza Coronavirus ci sbatte in prima pagina una questione sommersa ma non per questo meno lacerante, meno esplosiva. Le carceri e il loro “contenuto”umano, una bomba sociale che cova inevitabilmente sotto le ceneri. Improvvisamente il botto, la rivolta, addirittura i morti, 12,  gli agenti di custodia presi in ostaggio, i reparti dati alle fiamme e le evasioni. Scene da film americani,q uelli  violenti e sconvolgenti (ma spesso con una morale). Da noi non si era mai visto nulla di simile, mai viste da queste parti. In passato c’erano state le proteste, anche vivaci, la situazione negli istituti di pena è dura, imbarazzante per un paese civile. Lasciamo da parte per un momento il versante giustizia e non interroghiamoci su chi è in cella e perchè. Occupiamoci solo delle condizioni di detenuti, migliori certo di quelle che ci riporta la letteratura, ma certamente non facilmente sopportabili in alcune strutture e in alcune circostanze.Andiamo al sodo. Si dice che la rivolta sia stata preparata, coordinata, gestita,con ventisette carceri che esplodono contemporaneamente non è una ipotesi banale. Certo non è stata anticipata, non è stata prevista, possibile che non ci sia stato nessun sentore? I detenuti sono delle bestie e non si deve pensare a loro quando si prendono dei provvedimenti generali che per quanto li riguarda sono doppiamente punitivi? Per carità, nessuna deriva sociologica, nulla che vada oltre la pietà per chi soffre della privazione della libertà e di disagi accessori probabilmente evitabili in un paese civile. Chi sbagliato deve pagare, e non sta a noi giudicare come, quando e perchè. Ma se ci scappano i morti qualche riflessione in più va fatta.

Esiste una figura istituzionale, il “garante”dei diritti dei cittadini privati della libertà personale. Piace chiamarli così, ipocritamente, sembra una posizione sociale più lieve. Ebbene il garante nazionale e quelli regionali passano le loro giornate a denunciare, a spiegare, a distribuire analisi, tabelle e dati. Sanno di già detto, di superato. Chi non sa o non immagina per averlo distrattamente da qualche parte, che le carceri scoppiano, che ci sono più detenuti di quanti gli istituti di pena possano contenere? Ci sono sconti di pena, permessi, e concessioni di semiliberrtà che cercano di riequilibrare le cose, ma i dati parlano chiaro. Il caos di queste ore riaccende i riflettori sul sovraffollamento nei 189 istituti di pena italiani che ospitano complessivamente 61.230 detenuti a fronte di una capienza di 50.931 posti, con un tasso di sovraffollamento del 120%, ossia quel 20% in più costituito dai circa 10mila detenuti oltre la capienza massima. Detto così il quadro può impressionare ma non troppo. Il Molise è la regione col maggior tasso di sovraffollamento (175% cento). Ma numeri sconfortanti si registrano anche in Puglia (153%), Lombardia (140%), Emilia Romagna (130%), Lazio (127%). Se dal dato regionale si passa a quello delle singole carceri, le cifre in alcuni casi peggiorano ulteriormente. La maglia nera del sovraffollamento spetta al penitenziario di Larino, in Molise, dove il tasso raggiunge il record del 208%, con 238 detenuti a fronte di 114 posti. Soffrono parecchio anche il carcere di Taranto, dove il sovraffollamento è al 196% con un numero di detenuti quasi doppio ai posti letto (600 su 306) e quello di Como (195%) con 452 persone a convivere in uno spazio la cui capienza è stimata a 231. Nel carcere della rivolta più cruenta, a Modena, il sovraffollamento è al 152%, con 562 detenuti a fronte di 369 posti. Nell’altro penitenziario dell’Emilia Romagna, a Bologna, anche qui sede di proteste da parte dei detenuti, il sovraffollamento è al 178% , con 500 soli posti a fronte di 891 persone in carcere. Su una percentuale analoga si attesta a Roma il carcere di Regina Coeli (172%) con 1.061 detenuti e una capienza ferma a quota 616, mentre è più vivibile l’altro penitenziario romano, quello di Rebibbia. Infine, al di là del sovraffollamento, dalle s del ministero della Giustizia viene fuori che in carcere ci sono quasi 20mila stranieri e quasi diecimila detenuti (9.920) sono ancora in attesa di giudizio. Sono una minoranza i reclusi che lavorano: 16.850.
Il quadro così è più completo. L’esplosione di rabbia e di violenza è stata incredibile e non si può pensare che tutto questo sia normale e che il break even, il punto di rottura, sia maturato improvvisamente per un provvedimento che blocca i colloqui dei familiari con i detenuti. C’è dell’altro, che non è stato gestito correttamente, che non viene affrontato con intelligenza e con spirito pratico? Di chi la colpa? Del sistema e quindi di nessuno? O vi sono delle responsabilità oggettive?  Certo non è colpa del Coronavirus se le cose vanno in questo modo e con fredda lungimiranza non dobbiamo illuderci che la rivolta di questi giorni ponga su serio sotto i riflettori la questione. C’è il virus da gestire, lasciateci lavorare. Di quei poveracci ci occuperemo in un altro momento (cioè mai). Ma se non tutti, quei tre detenuti morti per overdose di metadone nella infermeria del carcere di Rieti durante la rivolta gridano vendetta e qualcuno li ha sulla coscienza