Il quadro dei rapporti tra Iran e Stati Uniti resta confuso e segnato da dichiarazioni contrastanti, mentre sullo sfondo continua la tensione militare in Medio Oriente. Nelle ultime ore, Teheran ha smentito con decisione sia l’ipotesi di nuovi colloqui sia le notizie su cambiamenti nella propria squadra negoziale.
L’ufficio stampa del Parlamento iraniano ha infatti negato le voci sulle dimissioni del presidente Mohammad Bagher Ghalibaf dalla guida dei negoziati con Washington. Allo stesso tempo, l’Iran ha ribadito di non aver avanzato alcuna richiesta di incontri con gli Stati Uniti, respingendo le affermazioni della Casa Bianca secondo cui Teheran sarebbe pronta a un dialogo diretto.
Di segno opposto la versione americana. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha sostenuto che l’Iran intende avviare colloqui “di persona”, mentre il presidente Donald Trump ha parlato di una possibile proposta iraniana per soddisfare le richieste statunitensi. Tuttavia, lo stesso Trump ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli dell’eventuale offerta.
Nel frattempo, si muove la diplomazia parallela. Gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi a Islamabad per incontrare rappresentanti iraniani, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Il Pakistan si propone infatti come mediatore, dopo aver già presentato nuove proposte a Teheran, attualmente in fase di valutazione.
Nonostante questi segnali, l’avvio di un nuovo round negoziale resta incerto. Il vicepresidente JD Vance rimane in stand-by a Washington, pronto a intervenire solo in caso di progressi concreti.
Parallelamente, la crisi militare continua a pesare sul contesto diplomatico. Gli Stati Uniti mantengono il blocco navale contro l’Iran e non escludono nuovi attacchi, soprattutto nell’area strategica dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Secondo fonti americane, sono già pronti piani di emergenza in caso di rottura della tregua.
Sul piano politico, Washington insiste sulla necessità di un accordo “vantaggioso”, mentre Teheran continua a considerare eccessive le richieste statunitensi. Anche l’Unione europea, con l’alto rappresentante Kaja Kallas, invita ad ampliare i negoziati includendo il programma missilistico iraniano, per evitare un’intesa ritenuta troppo debole.
A complicare ulteriormente lo scenario, il costo crescente del conflitto: secondo fonti americane, la guerra ha già ridotto significativamente le scorte di missili degli Stati Uniti, segno di un impegno militare prolungato e oneroso.
In questo contesto, tra aperture diplomatiche e smentite incrociate, il dialogo tra Iran e Stati Uniti resta fragile e incerto, sospeso tra tentativi di mediazione e il rischio concreto di una nuova escalation.










