di LEONARDO TUPINI

Appena conclusasi la discussa, sotto molti aspetti, edizione del 2022, possiamo dirlo, la Coppa del Mondo di calcio è stata rubata.

Non intendiamo, è bene precisarlo fin da subito, in senso sportivo  per un cattivo arbitraggio o un gol valido annullato, ma nel senso letterale del termine, ossia, per citare la Treccani, di “appropriarsi, impadronirsi con mezzi e in modi illeciti, di oggetti, valori e beni che appartengono ad altri”.

Infatti il trofeo sportivo più ambito, ha nel corso degli anni viaggiato in lungo e in largo, subendo varie traversie e affrontato anche quest’onta, essere trafugata da mani sacrileghe per motivi diversi dall’orgoglio di aver superato sfidanti di elevata caratura.

La Coppa del Mondo nasce dal Congresso della Federcalcio Internazionale (FIFA) nel maggio 1928, dove fu appunto presentato l’innovativo progetto del campionato del mondo delle nazioni.

Fu deciso che l’Uruguay, in occasione del centenario della sua indipendenza, avrebbe organizzato la prima edizione nel 1930, a scapito delle altre pretendenti, tra le quali l’Italia che, per ritorsione, decide di non partecipare, la Svezia, i Paesi Bassi e la Spagna.

Un simile evento sportivo aveva necessità di un trofeo adeguato, così il francese Jules Rimet, allora  presidente della FIFA ed ideatore di fatto del torneo, affidò all’orafo parigino Abel Lafleur, allievo della scuola Cartier, l’incarico di realizzarlo. La Coppa, ricordiamoci che era un periodo in cui lo stile Liberty e l’Art déco erano al loro apice, raffigurava Nike, la dea greca della vittoria ad ali spiegate, nell’atto di sorreggere una Coppa decagonale su un piedistallo di lapislazzuli. Misurava 30 centimetri in altezza e pesava 3.800 grammi, di cui quasi la metà erano però in argento placcato oro. La FIFA pagò a Lafleur 50.000 franchi (all’incirca 30.000 euro attuali) per la sua opera.

La Coppa raggiunse il Sudamerica a bordo della nave italiana Conte Verde, che salpò da Villefranche-sur-Mer, vicino a Nizza. A bordo viaggiavano Jules Rimet, accompagnato dalla moglie e dalla figlia, e i giocatori delle nazionali francese, romena e belga, che venne imbarcata a Barcellona. Durante lo scalo a Rio de Janeiro anche la nazionale brasiliana si imbarcò sulla stessa nave.

Mercoledì 30 luglio 1930, allo stadio del Centenario di Montevideo, in una capitale  che vede cadere una fitta neve, più di 90.000 spettatori si radunano nello “Stadio Centenario”.

Da notare la disavventura del direttore di gara che viene arrestato, e subito rilasciato, all’ingresso dello stadio, appena un’ora prima del fischio d’inizio, accusato di essere un mitomane, infatti già più di una decina di persone, prima di lui, si erano presentate sostenendo di essere “l’arbitro della finale”.

In tale clima José Nasazzi, capitano della squadra uruguaiana, alza per primo il trofeo di campione del mondo.

La “Victoria”, come si chiamava allora la Coppa, fece poi il viaggio di ritorno in Europa, dove si svolsero i due campionati successivi.

Fu l’Italia a vincere entrambi i successivi tornei, quello del 1934, in casa, ed il successivo del 1938 in Francia. A quel tempo, il paese che vincitore del trofeo custodiva la Coppa fino alla successiva edizione del torneo, in attesa di essere poi consegnata alla nazionale vincitrice.

Accade così che allo scoppio della Seconda guerra mondiale la Coppa si trovi in Italia, depositata nella cassaforte di una banca romana. E qui incomincia una delle incredibili vicende che vedono protagonista la “Victoria”.

Lo scoppio di una guerra non è affar da poco e qualcuno deve aver pensato che il caveau di una banca poteva essere un bersaglio per eventuali invasori, così la Coppa viene prelevata in gran segreto dalla banca in cui era custodita e consegnata a Ottorino Barassi, all’epoca Vicepresidente Fifa e Segretario Generale della Federcalcio italiana.

Barassi napoletano di nascita, era un dirigente che evidentemente non scansava le responsabilità e c’è da crederlo nemmeno le conseguenze delle sue azioni, era insomma un uomo di cui ci si poteva fidare. Il nostro, conscio ma sprezzante del pericolo, porta la Coppa Rimet a casa sua, vicino Piazza Adriana, e dopo aver pensato e ripensato ad un perfetto nascondiglio, finì per decidersi a riporla in una scatola da scarpe e la sistemò sotto il letto. Certo non doveva essere una scatola da scarpe come quelle di oggi, forse erano scarpe fatte a mano, in fin dei conti parliamo sempre di una alto dirigente fascista, e magari, allora era uso, la scatola era di legno. Comunque sia le misure erano perfette, la Coppa sembrava essere stata studiata per esservi depositata senza alcun problema.

Precauzione non vana, perché quando, nel 1943, una pattuglia di soldati nazisti che fu inviata alla ricerca del trofeo, allo scopo di rubarlo e fonderlo, si presentò a casa sua, non la trovarono e dovettero ritirarsi a mani vuote. Così alla fine della guerra, nel 1945, il trofeo fu restituito alla FIFA e messo a disposizione degli organizzatori del successivo mondiale, svoltosi in Brasile nel 1950.

E approdiamo così al 1966, nel frattempo il campionato era stato ufficialmente ribattezzato trofeo “Jules Rimet Cup” ed era stato deciso che la Coppa sarebbe rimasta di proprietà della squadra che l’avesse vinta per almeno 3 volte.

Per dirla alla Venditti quello “era l’anno dei mondiali quelli del ’66 la Regina d’Inghilterra era Pelè”, proprio perché sede del torneo era la nazione che al gioco aveva dato i natali, l’Inghilterra.

E proprio in Inghilterra, a marzo di quell’anno, in occasione di una mostra di francobolli sportivi di grande valore presso la Westminster Central Hall, fu esposto anche il trofeo.

Ma il 20 marzo ci si accorse che la Coppa era stata rubata.

Le indagini portarono all’arresto di Edward Bletchley, portuale quarantasettenne disoccupato, il quale aveva inviato a Joe Mears, allora presidente della Football Association, una richiesta di un riscatto, circa 15.000 sterline. Furono ore convulse, con il presunto ladro che dichiarava di non sapere dove fosse la Coppa, di essere un semplice intermediario, insomma si disperava di ritrovare la Rimet.

Invece tutto si risolse rocambolescamente il 27 marzo, quando Pickles ,letteralmente “cetriolino”, un cagnolino senza pedigree del ventiseienne David Corbett, mentre era fuori col suo padrone ritrovò la Coppa avvolta in un giornale sotto una siepe di un giardino, alla periferia sud di Londra.

Corbett ricevette una ricompensa di circa 6.000 sterline e l’eroico Pickles fu decorato dalla League for the Defense of Animals mentre una marca di cibo per cani gli offrì cibo gratis per tutta la vita, in verità breve, poiché il cagnolino morì un anno dopo, nel 1967, strangolato dal suo stesso guinzaglio mentre inseguiva un gatto.

Dopo quest’esperienza la Federcalcio inglese chiese alla FIFA l’autorizzazione a creare una replica del trofeo da usare durante le celebrazioni post partita. Il permesso fu negato, ma la copia fu comunque commissionata in segreto ad un gioielliere londinese, George Bird, che la realizzò in bronzo dorato.

Fu utilizzata per le occasioni successive fino al 1970 e in seguito restituita al suo creatore.

Il passaggio della Coppa al campionato successivo, quello del Messico nel 1970, fu uno spettacolo, fu accompagnata infatti dalla stessa scorta protettiva di un capo di stato.

La squadra brasiliana vinse come da pronostici, la Coppa del Mondo in Messico del 1970. Era il loro terzo titolo e come stabilito la Coppa divenne di loro proprietà.

Il 19 dicembre 1983, tredici anni dopo, durante una mostra presso la sede della Confederazione calcistica brasiliana, la Coppa fu nuovamente rubata.

Il trofeo era sì custodita in una vetrina antiproiettile ma il fondo della stessa era il friabile muro della stanza. I rapinatori entrarono dunque come visitatori della mostra e si sono nascosero nel bagno. Calata la notte uscirono dal nascondiglio e sopraffatta la guardia giurata presero la Coppa.

I tre ladri, arrestati in seguito, affermarono che il trofeo era stato fuso per farne lingotti d’oro da un noto personaggio a cui l’avevano venduto, un commerciante di oro e gioielliere argentino che tuttavia stava già scontando una pena per traffico di droga in una prigione francese. Al suo ritorno in America fu interrogato, ma negò tutto.

La Coppa questa volta non ricomparì ed alcuni ancora non credono che sia stata distrutta. Sostengono che, come molte opere d’arte rubate, il furto fu commissionato da qualcuno che volle il trofeo solo per sé.

La FIFA quindi indisse un concorso per crearne una nuova Coppa. Tra le circa 50 proposte presentate fu scelta quella dello scultore italiano Silvio Gazzaniga rappresentante due figure umane che reggono la Terra.

Il trofeo misura quasi 37 cm. Di altezza e pesa più di 6 chili. È realizzato con 5 kg di oro massiccio 18 carati e ha una base di 13 cm di diametro con due anelli concentrici in malachite. Il suo nome è inciso, “FIFA World Cup” (Coppa del Mondo FIFA) “, e in fondo sono registrati i paesi che vincono il torneo ogni quattro anni. Il testo indica l’anno della Coppa del Mondo in questione e il nome della nazione campione nella loro lingua.

A differenza della prima la Coppa del Mondo FIFA non diverrà mai proprietà di una singola nazione, infatti la squadra campione riceve la Coppa originale solo durante la cerimonia di premiazione che si svolge nello stadio, ma la restituisce immediatamente e riceve una replica placcata oro che può conservare per quattro anni.

La Coppa del Mondo ha anche subito danni a causa dell’eccessiva euforia di alcuni dei vincitori più entusiasti del conto. È successo con gli italiani, campioni in Germania 2006, e con i tedeschi, vincitori in Brasile 2014. In entrambi i casi, la FIFA ha riferito di aver dovuto far restaurare il trofeo.

Al termine di ogni edizione del campionato mondiale, l’incisione dell’anno e della nazionale vincitrice del torneo, sotto al basamento del trofeo, le cui dimensioni consentono di incidere soltanto 17 nazionali vincitrici per altrettante edizioni. A conti fatti quindi, il trofeo continuerà ad essere utilizzato fino all’edizione del 2038.

Sempre che non venga sottratta prima.