È ormai vicenda nota che, la statua posta nei giardini pubblici di via Palestro a Milano, raffigurante il Maestro per eccellenza del Giornalismo Italiano ovvero Indro Montanelli, è stata imbrattata con secchi di vernice rossa nella notte tra il 13 e 14 giugno scorso.

Oltre al colore, ai piedi del monumento realizzato dallo scultore Vito Tongiani nel 2006, sono apparse due scritte: razzista e stupratore. Quest’atto vandalico si è verificato sull’onda dei fatti avvenuti oltreoceano, che hanno visto la morte dell’afroamericano George Floyd per mano di due agenti di polizia. Ma cosa unisce la figura del Maestro con i fatti di cronaca nera americana? È bene fare più di qualche passo indietro nel tempo per spiegare, e non giustificare, tale gesto.

Indro Montanelli, allora giovane ragazzo di 23-24 anni, partì volontario per l’Abissinia durante la prima metà degli anni ’30; il giovane ufficiale, già giornalista, si trovò a vivere in una realtà completamente diversa da quella italiana metropolitana: immense distese che si perdevano all’orizzonte, 100 uomini neri o nerastri (come li definì (senza intento offensivo) in un’intervista al suo grande amico Enzo Biagi) che erano ai suoi ordini, cavalcate infinite nella più totale ed assoluta libertà poiché, stando sempre a quanto riferito dal protagonista, non doveva rispondere ad alcun superiore ed infine una dodicenne divenuta sua “moglie” in quanto regolarmente comprata dal padre, in quel di Saganeiti che la vendette a Montanelli per 500 lire (dell’epoca) assieme ad un cavallo ed un fucile.

La moglie-bambina rientrava nella cosiddetta relazione del “Madamato”, ovvero una relazione temporanea “more uxorio” tra un cittadino italiano (soldati prevalentemente, ma non solo) ed una donna nativa delle terre colonizzate, chiamata in questo caso “madama”.

Va detto che il Codice penale italiano (art.159), considerava come “violenza carnale” i rapporti sessuali con minori di 14 anni ma, il Codice civile vigente all’epoca dei fatti (artt. 68 e 100), consentiva il matrimonio purché la sposa avesse almeno dodici anni, riconoscendo valida tale unione se avvenuta secondo le forme stabilite nel Paese straniero.

Un rapporto dunque legittimo quello tra Montanelli e la sua sposa, alla quale il giovane Indro acquistò un “tucul” ossia una capanna di fango e di paglia per 180 lire. Così, negli anni ’60, il giornalista raccontò la vicenda: “Vista l’usanza degli ascari di combattere con la moglie al seguito, decisi anch’io di sposarmi. I miei uomini mi procurarono una giovane e bellissima eritrea […]. In questo modo, ogni due settimane mi ritrovavo, al pari dei miei uomini, con i panni puliti”. La ragazza rimase al suo fianco per l’intera permanenza in Africa.

Ora, se dovessi fare una considerazione basandomi sulle mie personali idee, vi scriverei che tale pratica mi fa ribrezzo oggi e mi avrebbe fatto ribrezzo all’epoca; a dodici anni si è e si deve rimanere una bambini/e. Ma, uscendo da quelle che sono le proprie personali convinzioni, va ribadito che all’epoca dei fatti, tali usanze erano considerate, in quei paesi, quanto di più normale sulla faccia della Terra e, sebbene Indro Montanelli non fosse africano né di nascita, né di origine vide (come egli stesso disse) in quel corpo femminile una donna e non una bimba.

Oggi, la scultura del giornalista che lo ritrae con la sua “Lettera 22” è stata vandalizzata. Vogliamo condannarlo per quanto avvenuto durante gli anni ’30? Vogliamo scagliarci sul suo ricordo in quanto aderì al Fascismo, nei primi dieci anni dello stesso? Benissimo, facciamolo pure (anche perché non essendo più tra noi, per la gioia dei conigli mascherati da leoni, non potrà esserci un contraddittorio).

Sappiate però care lettrici e cari lettori che Indro Montanelli non è stato l’unico uomo su questo pianeta a commettere atti condannabili o a posizionarsi sulla sponda delle “camice nere”. Solo per fare qualche nome: Dario Fo, noto simpatizzante di sinistra, aderì alla Repubblica Sociale Italiana nel ruolo di addetto alla contraerea a Varese e successivamente come paracadutista nelle file del “Battaglione Azzurro” di Tradate. Eppure, sull’attore scomparso nel 2016 nessuno, oggi, osa muovere una critica. Se dobbiamo poi entrare nell’ambito dei rapporti sessuali, il tanto osannato Pier Paolo Pasolini andava con i cosiddetti “ragazzi di vita”, spesso e volentieri minorenni che ruotavano attorno alla Stazione Termini eppure, anche in questo caso, non vi è nome di spicco che abbia il coraggio di definirlo “pedofilo”; Aldo Busi, che in una puntata del “Maurizio Costanzo Show” del 1996 si espresse in questi termini: “Non vedo nulla di scandaloso se un ragazzino masturba una persona adulta”. E, dulcis in fundo, il Profeta Maometto che ebbe come sposa una bambina di nove anni chiamata Aisha (nome adottato da qualcuno come massimo esempio di civiltà avuto in tutta la storia dell’Uomo).

Orbene, se una condanna va fatta questa deve avvenire a 360 gradi; non si può pensare di condannare una “relazione” come quella di Montanelli, considerandola priva di tempo e giustificazioni e poi tralasciarne tante altre, anche più recenti solo perché hanno visto come protagonisti icone intoccabili da una certa parte politica.

La credibilità ed il valore delle condanne ha una ragione se applicato indiscriminatamente. Oggi invece, i cosiddetti “antirazzisti” stanno dando sempre più valore a caratteristiche fisiche che, onestamente, non dovrebbero ricoprire alcun peso in ambito sociale, portandoci a pensare di offendere sempre e comunque chi ha la pelle di un colore differente dal nostro anche quando l’offesa non sussiste.

Privilegiare una persona, non per le sue capacità professionali, per il suo spessore culturale o per la sua voglia di lavorare ma solo perché di carnagione mulatta o negra (non mi stancherò mai di sottolineare che tale espressione non è un insulto ma un termine derivante dal latino “colui dalla pelle nera”) o perché di sesso femminile (le tanto “care” Quote Rosa) rappresenta un vero e proprio pericolo per la democrazia e per quell’equilibrio fondamentale del viver civile.

Purtroppo, quanto successo alla statua del celebre giornalista non è un episodio isolato ma il risultato di un lavaggio del cervello che ha visto la censura, sulla piattaforma HBO MAX, di un capolavoro come “Via col Vento” considerato di stampo razzista anche perché amato dal presidente americano Donald Trump.

Stiamo andando incontro ad una perdita di valori e di logica che rischiano di essere l’anticamera di una guerra civile, neanche troppo lontana.

Meditate gente, meditate!

Stefano Boeris