La Corte di assise di Reggio Emilia ha emesso la sua sentenza nel processo sull’omicidio di Saman, la giovane pachistana di Novellara uccisa dai genitori. L’esito del processo ha portato a condanne all’ergastolo per il padre, Shabbar Abbas, attualmente detenuto, e per la madre, Nazia Shaheen, latitante in patria.

La particolarità di questa vicenda è che lo zio, Danish Hasnain, è stato ritenuto responsabile di entrambi i reati, ma è stato condannato a 14 anni grazie a attenuanti generiche e alla caduta delle aggravanti. I due cugini, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq, inizialmente in custodia cautelare in Spagna e Francia, sono stati rilasciati come uomini liberi, indicando che non si è trattato di un delitto pianificato dall’intera famiglia.

Contrariamente alla prospettiva della Procura, che vedeva l’omicidio come frutto di una pianificazione familiare, la Corte ha individuato responsabilità specifiche. Le motivazioni della sentenza chiariranno ulteriormente il quadro, compresi i moventi e gli spiegamenti dei ruoli.

La Corte ha respinto le richieste risarcitorie del fidanzato e del fratello di Saman, ma ha concesso risarcimenti a varie associazioni a sostegno delle donne e delle comunità islamiche.

Il processo ha visto anche l’uscita di scena di due personaggi chiave della storia dal punto di vista processuale. Il padre, Shabbar, ha respinto tutte le accuse e ha parlato solo alla fine del processo, fornendo una versione dei fatti che ripercorreva gli ultimi momenti di vita della figlia.

Con il processo che ha giudicato l’intera famiglia, si è conclusa un’epoca per il padre, arrestato nel Punjab nel novembre 2022 e giunto in Italia nel settembre dell’anno successivo grazie a un’estradizione storica concessa dal Pakistan.

In attesa di un possibile appello, i due cugini hanno abbracciato i loro difensori, Mariagrazia Petrelli e Luigi Scarcella, mentre la vicenda di Saman continua a suscitare commozione e domande sulla complessità delle relazioni familiari coinvolte.