ECONOMIA&SOCIETA’/ Indicazioni controverse dal rapporto CENSIS-UGL 

I conti non tornano e i  numeri destano preoccupazione. Perché nel nostro paese domanda e offerta non riescono ad incontrarsi con il risultato di generare disoccupazione, precariato, povertà? L’indagine esce in occasione della festa dei lavoratori fotografa una realtà inquietante. E intanto chi può cerca una via d’uscita all’estero

Di Giulio Terzi

L’economia regge ed è anzi in ripresa, ma il paese continua a stare male. E’ il paese dei paradossi, e l’ultimo lo mette in chiaro il rapporto sul lavoro presentato da CENSIS -UGL in occasione del primo maggio. “Restituire valore e dignità al lavoro per superare contraddizioni e paradossi” è il titolo dell’indagine, che fotografa impietosamente una emergenza sotterranea e insoluta: domanda e offerta di lavoro non si incontrano a metà strada e questo mancato incontro genera  disoccupazione,precariato, povertà e posizioni scoperte, penalizzando soprattutto i giovani che sempre di più scelgono di andare all’estero. Allo stesso tempo, le imprese trovano difficile trovare risposte al loro bisogno di nuova forza lavoro. Ma il lavoro è troppo o è troppo poco? Non è chiaro e non importa,  il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, mentre quello giovanile in senso stretto (15-24 anni) è al 23,7%, a fronte di un tasso medio dell’8,1%. Il 39,3% dei giovani che lavorano, oltre 2 milioni in valore assoluto, svolge lavori cosiddetti non standard perché a termine e/o part time, che non garantiscono la retribuzione e la stabilità necessarie ad avere un tenore di vita adeguato e, soprattutto, a fare progetti per il futuro.
L’overeducation, cioè il mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta, in Italia riguarda un lavoratore su quattro ed è inversamente proporzionale all’età posseduta: è il 37,5% tra i giovani in età compresa tra i 25 e i 34 anni e il 44,3% tra gli under venticinquenni. Il 93,5% degli italiani è convinto che gli stipendi sono troppo bassi. L’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi trent’anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%.
Tutto chiaro? Sarà per quello che negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Il fenomeno non è destinato ad esaurirsi: il 47,3% degli italiani dichiara che se ne avesse la possibilità se ne andrebbe dall’Italia, con percentuali che raggiungono il 60,6% tra i più giovani. Il 68,1% della popolazione pensa che l’Italia non sia un Paese per i giovani e l’88,5% è convinto che all’estero il lavoro sia pagato meglio e siano più valorizzate le competenze.
Ancora, altro grosso problema: mai così tanti pensionati, mentre i giovani diminuiscono, i pensionati sono 14 milioni e 895 mila e nel 2040 saranno più di 17 milioni, con un aumento di 2 milioni e 246 mila pensionati. Ma anche mai così tanti investimenti: il Pnrr stabilisce che i giovani siano una priorità trasversale a tutti gli interventi e prevede una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi.  Aggiungiamo, mai così tanti giovani che studiano: si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (venti anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (venti anni fa il 10,6%). E infine mai così tanta domanda di lavoro: di qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3 milioni e 800 mila lavoratori tra settore privato (che assorbirà l’80,6% del totale) e Pubblica Amministrazione.
Tutto questo resta sospeso nell’aria se non viene calato nella realtà quotidiana. Che si fa? Ci deve pensare il governo, c’è una strategia possibile? L’85,9% degli italiani, che sale all’87,5% tra gli occupati, è convinto che la scuola sia distante dal mondo del lavoro. Pochi laureati, ma troppi nelle discipline umanistiche, della formazione e dell’insegnamento, del gruppo psicologico. Il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12 mila medici e laureati in professioni sanitarie, oltre 8 mila del gruppo economico e statistico, oltre 6 mila laureati Stem, oltre 3 mila laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi diplomati nei licei, con un esubero di 53 mila l’anno, mentre mancheranno 133 mila diplomati degli istituti tecnici e professionali e qualificati nel sistema della formazione professionale. In futuro saranno sempre più richieste competenze trasversali. Il 65% dei posti di lavoro avrà bisogno di competenze green connesse al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, e il 56,3% dei nuovi posti avrà bisogno di competenze digitali. E su questo, va detto, si va ragionando da un po’ di tempo senza tuttavia riuscire a strutturare una politica.