IN PRIMO PIANO/ Inspiegabili le mosse di Enrico Letta in una folle campagna elettorale.  I conti non tornano, il segretario dei Dem ha sbagliato tutto e gliel’hanno lasciato fare. Si è tenuto in casa l’estrema sinistra e ha messo fuori dalla porta grillini, Calenda e Renziani. Leit motiv dei suoi interventi? Il pericolo della destra al potere, un paio di bandiere ideologiche della propaganda del partito. Proposte terra terra, pratiche, realizzabili e di sostanza? Nessuna.

Di Paolo Dordit

 

E’ come se avessero giocato tutti per perdere, per tirare la volata alla Meloni, forse con il segreto desiderio che andasse a schiantarsi sulla spinta. Forse pensando che demonizzandola le cancellerie occidentali si sarebbero preoccupate oltre misura e avrebbero sparato a zero tagliandole le gambe. I colonnelli del Pd hanno consentito che il segretario Enrico Letta giocasse la sua bizzarra partita in una campagna elettorale che non ha eguali nella storia della democrazia italiana per colpi bassi, per brevità e per l’inconsueto spazio temporale, l’estate. I conti non tornano, l’incredibile harakiri di Letta deve pur avere una spiegazione, ha sbagliato tutto e gliel’hanno lasciato fare. Se non è una sopraffina manovra di corrente da far impallidire Machiavelli è un abbaglio collettivo.
Riassumiamo.  Dopo l’improvvisa crisi che ha portato alla caduta del governo Draghi  il Pd aveva tutte le carte in mano. Un M5s in difficoltà, in affanno, apparentemente provato dalla mossa di Luigi Di Maio, una mossa che era apparsa ad alcuni da grande statista e che si è rivelata alla prova dei fatti una enorme sciocchezza. Aveva a disposizione i partiti minori della sinistra, alla ricerca di un tetto elettoralmente sicuro, aveva la rinascita dei Verdi da cavalcare, un agitatissimo Carlo Calenda pronto a tutto pur di contare qualcosa e forse la possibilità di un’intesa tattica con i renziani. Con la scusa di salvare il paese, di sostenere la linea Draghi, in realtà per smarcarsi, c’erano a spasso gli esuli di Forza Italia, poi finiti a dare forza e sostanza alla avventura della strana coppia (ma alla resa dei conti, vincente) Renzi-Calenda. Di fronte aveva un avversario confuso, diviso, senza una linea e un progetto accettabile. Meloni-Salvini-Berlusconi  più qualche molecola di moderati, così com’erano non potevano fare troppa paura.
A quel punto Enrico Letta ha dimostrato di non aver conservato molto della sapienza manovriera dei vecchi scaltri democristiani (anche se da lì, in fondo, proviene). E ha sfasciato tutto, tenendosi i partitini di sinistra e liberandosi di tutto il resto. Lasciando da parte ogni prudenza e lanciandosi in uno sciagurato attacco all’arma bianca contro la Meloni, contro le sue origini politiche, il suo retroterra culturale, le sue amicizie pericolose in Europa. Convinto di giocare sul velluto  non si è forse nemmeno reso conto di aver cambiato in pochi giorni il verso di una sbiadita campagna elettorale.
Nell’ordine ha provocato una alzata d’orgoglio di Giuseppe Conte, che con una impresa che ha del clamoroso, ha ricompattato i grillini (oggi in sostanza contiani) ha dato loro una dignità e un obiettivo. Ha conquistato il Sud con la vecchia politica del porta a porta vendendo quello che ha di più prezioso, il reddito di cittadinanza. Un alleato debole messo alla porta si è trasformato nel terzo partito italiano. Poi ha rimesso in carreggiata e dato una ragione d’essere all’accrocco  politico Renzi-Calenda. Sono diventati importanti, non un ago della bilancia ma comunque un gruppo da guardare con rispetto. Infine ha fatto decollare il personaggio politico Giorgia Meloni, ne ha fatto una superstar, l’ha messa in condizione di dare il meglio di sé, di far crescere il partito, di diventare l’arbitro della situazione. Una pennellata: nel Veneto (ex) leghista è il primo partito, a  Cortina e nel Cadore ha raggiunto il 48% dei consensi lasciando tutti a bocca aperta. In sostanza l’ha legittimata a governare. Con  tutto quello che segue. Lei “è” il centro destra, Matteo Salvini ha preso una batosta e deve seguire a capo chino, Berlusconi è fiero di essere tornato in posizione predominante alla veneranda età di 86 anni.  Giorgia ha la maggioranza assoluta nelle due Camere. Deve solo dimostrare di saper governare-