E le liste d’attesa per entrare in RSA?

 Sono state settimane di dibattiti accademici su tutto, sanità compresa, ma non sugli anziani autosufficienti. Come se non fosse un problema comune degli europartners. Eppure, a fronte dell’enorme aumento della popolazione in tutti gli Stati dell’Unione, il tema meriterebbe ben altra attenzione. L’ingresso nelle Residenze Sanitarie Assistite comporta attese di mesi, talvolta di anni, ma nessuno considera quanto il rafforzamento delle cure ai malati cronici, ospiti delle RSA, potrebbe portare ad una riduzione della domanda di esami diagnostici e di ricoveri ospedalieri, con conseguente risparmio di risorse, meno esami inutili e più disponibilità di esami per la cittadinanza.

 di MICHELA CAPURSO

Per le elezioni europee sono state settimane di dibattiti accademici su tutto, sanità compresa, ma non sugli anziani autosufficienti. Come se non fosse un problema comune degli europartners. Eppure, a fronte dell’enorme aumento della popolazione in tutti gli Stati dell’Unione, il tema meriterebbe ben altra attenzione. Ora il governo italiano ha messo in campo un provvedimento per abbattere le liste d’attesa. Ma qualcuno ha pensato di parlare del problema delle liste d’attesa per entrare nelle RSA? Il tema, dibattuto la settimana passata nel corso del convegno internazionale Age.it a Venezia, sembra interessare solo gli addetti ai lavori, gli scienziati della demografia ed i geriatri, pur essendo il tema di interesse generale.

In Italia i problemi della sanità sembrano potersi risolvere, in questi giorni, senza specificità e concretezza. Tutti si concentrano sulle liste di attesa per la effettuazione di esami di diagnostica strumentale (radiografie, TAC, risonanze) o di visite mediche specialistiche. Ma le liste di attesa per entrare in una RSA in molte regioni sono ferme per anni, con effetti ovviamente disastrosi.

Ma si sa che la questione riguarda una popolazione silenziosa, come quella degli anziani non autosufficienti, che ha scarse possibilità di farsi sentire per rivendicare i propri diritti, e che quindi regolarmente viene sacrificata al momento della destinazione delle risorse disponibili per il potenziamento dei servizi pubblici. Assistiamo da anni al varo di misure legislative per  l’aumento della produttività degli ambulatori e dei centri diagnostici pubblici, misure per le quali le risorse, se pur insufficienti, alla fine si trovano sempre; forse perché queste azioni trovano una grande risonanza sui mezzi di informazione, e quindi rappresentano una pubblicità per i governi?

Sulle cure di lungo termine, essenziali e continue, gravose e poco appariscenti, nessuno investe ed i problemi restano. Nessuno considera quanto il rafforzamento delle cure ai malati cronici, ospiti delle RSA, potrebbe portare ad una riduzione della domanda di esami diagnostici e di ricoveri ospedalieri, con conseguente risparmio di risorse, meno esami inutili e più disponibilità di esami per la cittadinanza. Si preferisce, al contrario, una strada diversa: l’avvio di improbabili sperimentazioni di assistenza sanitaria domiciliare (tipologia assistenziale attiva in Italia da oltre 40 anni, quindi ampiamente sperimentata), la introduzione di tecnologie e procedure di telemedicina senza le necessarie garanzie per la sicurezza dei dati e l’attendibilità dei sistemi, la diffusione della possibilità di eseguire esami clinici anche specialistici presso le farmacie, presidi che non possono rispettare i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi propri degli ambulatori medici, che assicurano l’attendibilità dei risultati. L’impressione è quella di un inseguimento continuo al maggior impatto mediatico, ignorando quello di cui i cittadini hanno realmente bisogno, con il solo intento di aumentare il consenso pre-elettorale, senza avere la minima idea di dove si voglia arrivare e di cosa vada veramente fatto. In fondo “nessun vento è buono, se non sai dove andare”.