Parliamo di Afghanistan, naturalmente, argomento che per alcuni giorni ha surclassato temi di punta come pandemia e green pass . Come accade in situazioni drammatiche come quella alla quale il mondo intero sta assistendo i media assieme alla cruda cronaca dei fatti scelgono un aspetto particolare sul quale picchiare duro, sul quale scatenarsi con approndimenti, analisi, e vagonate di retorica. La situazione delle donne afghane è sicuramente tragica, un ritorno al passato condito di soprusi, di violenza, di punizioni selvagge per aver sognato  e in parte praticato una dimensione “occidentale” delle dignità e del ruolo femminile. Difficile impedire che la “vendetta” dei talebani si accanisca sulle donne di Kabul,  difficile per l’Occidente porre la questione su un qualsiasi tavolo negoziale. Più facile offrire a  piene mani una facile solidarietà, bombardare l’opinione pubblica di testimonianze, denunce azioni di sostegno morale  che riempiono di soddisfazione militante ma non turbano certo i sonni dei restauratori della legge islamica. In questa orgia di retorica sembra sfuggire ai più un aspetto tutt’altro che marginale della questione. Noi le donne musulmane le abbiamo in casa e – fatte le debite proporzioni – discriminazioni, umiliazioni, violenze nei loro confronti sono oggetto frequente di  articoli di cronaca nera sui quotidiani locali e nazionali. Abbiamo in casa anche decine di migliaia di immigrati osservanti la stessa religione e tutt’altro che disposti ad accettare la contaminazione delle loro mogli e figli con la realtà sociale italiana. Ma non reagiamo in modo così plateale, anzi, ci giriamo dall’altra parte, facendo finta di credere che l’integrazione sia rispetto delle differenze e che si sostanzi nell’abolire simboli come il crocefissso e il presepio. Di episodi che vedono vittime nel nostro paese donne musulmane se ne possono ricordare molti, alcuni particolarmente feroci, brutali. Ma evidentemente fanno meno impressione ai media, magari li infastidiscono, ma non determinano campagne di stampa, denunce, appelli. In sostanza – non lo si deve dire ma lo si pensa – sono fatti loro, se non si vogliono integrare, se non vogliono adottare i nostri costumi pazienza. E allora i conti non tornano. E’ una questione geografica? I fattori si sono invertiti, il comportamento che dà poco scandalo in Italia induce polemisti, benpensanti, mondo civile a strapparsi i capelli se si verifica a Kabul? Dove l’islamismo più rigido e settario ha da secoli ragionato in quel modo? Il retropensiero sgradevole porta a considerare la sollevazione indignata dell’opinione pubblica occidentale una reazione allo schiaffo subito sul piano politico, militare, psicologico: il mancato rispetto dei diritti umani è spesso l’alibi dietro cui nascondersi. Noi sentinelle del mondo vi portavamo pace, civiltà, progresso, libertà e ci avete cacciato in malo modo. Vergogna