Dopo mesi di attesa e immobilismo, l’Europa si prepara a giocare un ruolo più diretto nel delicato scenario mediorientale. Il ritorno alla diplomazia tra Washington e Teheran, sancito dall’atteso accordo tra Stati Uniti e Iran, apre infatti la strada a una missione internazionale nello Stretto di Hormuz, area strategica per il traffico energetico mondiale e ancora fortemente condizionata dalle conseguenze del conflitto.
La richiesta di un intervento europeo era stata avanzata da Donald Trump già diverse settimane fa, ma fino a questo momento gli alleati avevano opposto un netto rifiuto. Per le capitali europee mancava infatti la condizione indispensabile per un impegno operativo: un cessate il fuoco e un’intesa formale tra le parti coinvolte. Il G7 di Evian ha però segnato una svolta, ricostruendo un asse transatlantico più solido e portando l’Europa a impegnarsi per garantire la libertà di navigazione nello Stretto.
Il presidente francese Emmanuel Macron, padrone di casa del vertice, ha annunciato la disponibilità della Francia insieme ad altri venti Paesi. Il dossier passerà ora a Bruxelles, dove sarà al centro del confronto tra i leader dell’Unione europea. Nella bozza di conclusioni del summit dei Ventisette si fa riferimento agli sforzi dei Paesi Ue e dei partner internazionali per assicurare la libertà di navigazione, con la precisazione che qualsiasi accordo non dovrà modificare la governance dello Stretto di Hormuz.
L’obiettivo europeo è riportare la situazione allo stato precedente alla guerra, ma con uno Stretto liberato dalla minaccia delle mine attribuite ai Pasdaran. Bruxelles considera inoltre inaccettabile qualsiasi forma di pedaggio imposto da Teheran per il passaggio delle navi. In questo quadro potrebbe essere rafforzata anche l’operazione marittima europea Aspides, già richiamata nella bozza di conclusioni del Consiglio europeo come possibile strumento di stabilizzazione regionale.
Restano tuttavia da definire tempi e modalità della missione. La Francia e la Gran Bretagna, alla guida della cosiddetta coalizione dei Volenterosi, sembrano intenzionate ad accelerare. La Germania punta a ottenere il mandato del Bundestag entro la pausa estiva, mentre l’Italia mantiene una posizione più prudente. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti sottolineato che non è ancora chiaro se sarà necessaria un’autorizzazione parlamentare immediata, ricordando che ci sono sessanta giorni, a partire dalla firma dell’intesa Usa-Iran, per valutare le modalità di un eventuale intervento.
La linea europea resta comunque quella della prudenza diplomatica. La stessa diplomazia che nelle prossime ore dovrebbe consentire lo sblocco della nave “Grande Torino” del gruppo Grimaldi, ferma da tempo nello Stretto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato di aver ricevuto dal collega iraniano Abbas Araghchi garanzie sulla partenza sicura dell’imbarcazione.
La situazione a Hormuz, tuttavia, resta lontana dalla normalità. Dall’inizio della settimana i registri di navigazione hanno segnalato il passaggio di meno di venti navi, contro una media prebellica di circa 120 al giorno. Oltre duecento petroliere e più di trecento navi mercantili risultano ancora ferme nell’area, frenate dai timori sulla reale sicurezza del passaggio e dalla presenza di mine, nonostante le rassicurazioni arrivate da Washington.
A Bruxelles si ritiene che il ritorno ai flussi ordinari di importazione di gas e petrolio possa richiedere mesi. Anche per questo il tema sarà al centro del summit europeo, in programma giovedì e venerdì, dove i leader discuteranno anche degli altri dossier aperti in Medio Oriente.
Resta infatti caldo e divisivo il fronte israeliano. Nella bozza di conclusioni del Consiglio europeo compare una condanna netta delle azioni unilaterali di espansione in Cisgiordania, ma l’Unione appare ancora divisa sulle eventuali misure da adottare. L’embargo sui prodotti provenienti dagli insediamenti resta lontano dal quorum necessario, mentre sulle sanzioni al ministro israeliano Ben Gvir manca l’unanimità.
Le prossime ore saranno decisive per capire se le dure parole pronunciate da Trump nei confronti di Benjamin Netanyahu potranno rafforzare la posizione di quei Paesi europei che chiedono un segnale più netto verso il governo israeliano. Intanto, sul fronte iraniano, l’Europa prova a trasformare la diplomazia ritrovata in una presenza concreta nello Stretto di Hormuz.










