DI GIULIO TERZI

 

Facciamocene una ragione. Per salvare Roma ci vorrebbe un personaggio speciale, magari un altro Draghi con il fascino e il carisma, il prestigio internazionale di chi può mettere tutti seduti con uno sguardo e una telefonata risolutiva al presidente della Banca Mondiale o ai vertici della Commissione Europea. Ma in questo momento non ce l’abbiamo sottomano e dobbiamo accontentarci di quello che offre il mercato. Dopo i disastri dell’amministrazione grillina e di fronte alla scarsa consistenza del fronte di centro sinistra, l’area moderata ha ancora volta l’occasione di riprendersi il Campidoglio con un piccolo sforzo di concentrazione. A fatica ha messo in campo il ticket Michetti-Matone. Non brillantissimo, e peraltro anche poco ticket, visto che sono partiti con una campagna elettorale che li vede poco assieme. L’ex magistrato  se ne sta per conto suo e bypassa gli incontri e i confronti pericolosi. Forse è meglio per tutti. E Michetti? Non brilla, tende sempre a sottolineare la sua “diversità” nel campo politico, ma alla fine gli avversari lavorano per lui, e questo è un grosso punto a favore. Della serie, siediti lungo l’argine del fiume e aspetta con pazienza. Prima o poi  vedrai passare il cadavere el tuo nemico. L’antico detto cinese in qualche modo si attaglia alla avventura politica di Enrico Michetti, i suoi avversari candidati al Campidoglio lavorano per lui. Lo si è visto nel primo dibattito-scontro pubblico tra i candidati. Naturalmente c’è chi dà una chiave di lettura diversa, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti. Raggi, Gualtieri e Calenda si sono azzannati senza una logica sul palco, trasformando il ring elettorale in una rissa e trattando Michetti come un convitato di pietra, un quarto incomodo. E lui, nonostante il suo staff lo avesse preparato con domande e risposte, per un po’ ha interloquito a fatica, in evidente imbarazzo, poi si è alzato e se ne andato, fuor di metafora. Quel tipo di scontro non gli appartiene, è servito solo a rivelare un preziosissimo particolare: gli avversari sono litigiosi, modesti e senza idee. Nessuno di loro ha una personalità da leader, e nessuno di loro ha alle spalle un sostegno solido e strutturato che garantisca la vittoria. Non basta una manciata di liste d’appoggio, sulla cui reale consistenza i termini di voti ci sono non pochi dubbi.  L’elettorato poi è confuso,irritato, sempre più distratto e rassegnato. I vecchi schemi rischiano di essere usurati, e quindi inutili

Il prescelto dal centro destra, si diceva,  non sarà brillantissimo, non avrà appeal, certamente non è un professionista della politica ma è uno abituato a combattere e sa stare al mondo, in un certo mondo popolato da pescecani . E alla fine la figura migliore la fa lui, Michetti, in teoria quello che tra i candidati dovrebbe avere meno la familiarità con i dibattiti pubblici elettorali, con gli atteggiamenti aggressivi dei candidati, con i sordi giornalisti assetati di sangue. Il candidato del centro destra è uomo di mondo , non certo un novellino, ha una rubrica  in una delle radio più ascoltate della capitale, e in questo momento non è cosa da poco. Avere un mezzo proprio di comunicazione lo rende in qualche modo autonomo dai media, con in più il sostegno dichiarato dei giornali di centro destra. I portavoce degli avversari devono cbiedere ospitalità alle diverse testate, che a loro volta devono mantenere un certo equilibrio, una certa equidistanza. Michetti poi dimostra anche di avere fiuto politico e rapidità di decisione. La sua uscita dal dibattito è stata un colpo di teatro meditato o un gesto di insofferenza? Parliamoci chiaro, che abbia le carte in regola per fare il sindaco di Roma, che sia in grado di tirare fuori dai guai la capitale è tutto da dimostrare. Ricette vincenti finora non ne ha presentato, nulla che faccia gridare al miracolo. Convincerà gli scettici dell’area elettorale moderata? Ma questo vale anche per gli altri, privi di idee brillanti, ancorati ad un clima di rissa da cortile e di sgarbi quotidiani.
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