Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato oggi raid «massicci» sulla Striscia di Gaza, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. La decisione è stata presa dopo che miliziani di Gaza hanno annunciato la consegna di resti che, secondo Israele, appartenevano a un ostaggio il cui corpo era già stato recuperato in precedenza: un episodio che ha fatto precipitare nuovamente la situazione.

Secondo fonti palestinesi la risposta israeliana ha già colpito il sud della Striscia, con i primi attacchi segnalati a Rafah e scontri a fuoco fra miliziani e soldati dell’IDF. La protezione civile di Gaza riferisce che nei raid nel sud della Striscia sarebbero rimaste uccise almeno cinque persone. Testimonianze locali e media palestinesi parlano inoltre di diverse incursioni aeree su Gaza City, con colpi nelle vicinanze del principale ospedale ancora operativo nel nord della città.

Hamas ha negato di aver attaccato le forze israeliane e ha dichiarato di impegnarsi a rispettare il cessate il fuoco. Il gruppo ha anche reso noto di aver recuperato il corpo di un altro ostaggio in un tunnel a Khan Younis e in precedenza aveva annunciato la consegna di quello che sarebbe stato il sedicesimo corpo restituito rispetto ai 28 richiesti da Israele nell’ambito dell’accordo di tregua. In un comunicato i vertici di Hamas hanno però spiegato che la consegna è stata rinviata, accusando Israele di violazioni dell’intesa.

Le dichiarazioni tra le parti si sono fatte dure: il ministro della Difesa Israel Katz ha avvertito che Hamas «pagherà a caro prezzo» l’attacco alle truppe e la mancata restituzione dei corpi; il ministro di ultradestra Itamar Ben Gvir ha spinto per ritorsioni nette con parole durissime — «basta esitare, dobbiamo spezzare le gambe ad Hamas una volta per tutte» — e ha chiesto a Netanyahu di non tergiversare. Dal canto suo, un membro dell’ufficio politico di Hamas a Gaza, Suhail al-Hindi, ha chiesto l’ingresso di squadre di ricerca nelle cosiddette «zone rosse» per agevolare il recupero dei corpi e ha imputato a Israele la responsabilità di eventuali ritardi.

La tensione si somma ad altri fattori: fonti locali riferiscono di episodi di violenza e insediamenti nella Cisgiordania occupata, con coloni che hanno evacuato famiglie e occupato terreni a Masafer Yatta; intanto osservatori internazionali segnalano che, nonostante «scaramucce», alcuni esponenti esteri ritengono che il cessate il fuoco possa reggere.

Al termine del Meeting di Sant’Egidio il Papa ha lanciato un appello alla pace: «Basta guerre con i loro dolorosi cumuli di morti, il mondo ha sete di pace», parole che riecheggiano in un contesto sempre più teso e imprevedibile. La situazione resta critica e suscettibile di ulteriori escalation nelle prossime ore.