Un passo avanti nella lotta alle disparità salariali tra uomini e donne arriva dal Consiglio dei ministri, che ha dato il primo via libera allo schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva europea del 2023 sulla trasparenza retributiva. L’obiettivo è chiaro: garantire che a parità di lavoro corrisponda la stessa retribuzione, introducendo strumenti concreti per far emergere e correggere i divari ingiustificati.

Il provvedimento apre una nuova fase nel contrasto al gender pay gap, puntando soprattutto sulla trasparenza. I lavoratori avranno infatti il diritto di conoscere i criteri con cui viene determinato il proprio stipendio e di accedere ai livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono mansioni analoghe, suddivisi per genere, nel rispetto della privacy. Inoltre, ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sugli stipendi percepiti in precedenza.

Elemento centrale del decreto è l’obbligo di intervenire in caso di differenze salariali non giustificate: se emerge un divario retributivo pari o superiore al 5% tra uomini e donne, il datore di lavoro dovrà motivarlo e avviare un confronto con le rappresentanze sindacali ed eventualmente con l’Ispettorato nazionale del Lavoro, per adottare misure correttive.

La norma si applica ai datori di lavoro pubblici e privati e ai lavoratori subordinati, inclusi dirigenti e contratti a termine. Restano però esclusi apprendisti, lavoratori domestici e autonomi, una scelta che ha suscitato le critiche di Cgil e Uil. Le aziende con almeno 100 dipendenti saranno inoltre tenute a comunicare periodicamente i dati sulla trasparenza retributiva: ogni tre anni per quelle fino a 250 addetti.

Il governo esprime soddisfazione per l’avvio del percorso. La ministra del Lavoro Marina Calderone sottolinea che il decreto rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale e potrà essere migliorato durante l’iter parlamentare e il confronto con le parti sociali. Anche il presidente del Cnel, Renato Brunetta, parla di una “rivoluzione in corso”, che ora va resa concreta.

Più critici i sindacati. Cgil e Uil ritengono che il testo indebolisca la direttiva europea, giudicando troppo alta la soglia dimensionale prevista per gli obblighi di comunicazione e paventando il rischio di una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea. Più prudente la Cisl, che riconosce la parità salariale come un principio di civiltà, ma invita a non creare false aspettative: in Italia, ricorda il sindacato, il divario di genere è legato soprattutto a inattività, part-time e sottoccupazione femminile.

Il percorso resta aperto: ci sono ancora quattro mesi per arrivare all’approvazione definitiva e agli atti attuativi, in vista della scadenza del 7 giugno fissata dall’Unione europea. Un passaggio decisivo per trasformare il principio della parità retributiva in un diritto realmente esigibile.