La Corte d’assise d’appello di Lecce ha annullato la sentenza di primo grado del processo “Ambiente Svenduto”, legato al presunto disastro ambientale causato dall’Ilva sotto la gestione della famiglia Riva tra il 1995 e il 2012. La decisione è stata presa accogliendo la richiesta della difesa di trasferire il procedimento a Potenza, in quanto i giudici di Taranto, vivendo negli stessi quartieri delle parti civili, potrebbero essere considerati “parti offese” e non avere la giusta serenità per giudicare.14

La Corte ha stabilito che il tribunale di Potenza è competente per il caso e ha ordinato il trasferimento degli atti alla procura lucana. Questo annullamento implica il rinvio del processo, originato da un’inchiesta del 2012 che portò al sequestro degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva.

Il procedimento coinvolge 37 imputati, tra cui ex dirigenti dell’Ilva, manager, politici e tre società, accusati di reati come disastro ambientale, omissione di cautele sui luoghi di lavoro, avvelenamento, corruzione, e omicidio colposo. Tra i principali condannati, Fabio e Nicola Riva, ex proprietari, avevano ricevuto pene di 22 e 20 anni, mentre altre condanne riguardavano dirigenti e politici come l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.

Il trasferimento del processo a Potenza solleva preoccupazioni per la possibile prescrizione di diversi reati. La decisione ha suscitato reazioni contrastanti: da un lato, la “soddisfazione” degli avvocati difensori degli imputati; dall’altro, “amarezza” e “preoccupazione” da parte di rappresentanti politici, associazioni ambientaliste e cittadini di Taranto. Legambiente e Codacons parlano di “ingiustizia”, mentre il sindaco di Taranto e altri esponenti politici denunciano un’ulteriore ferita inflitta alla città già colpita dal disastro ambientale.