Sono passati 40 anni, erano le 11.55 del 9 ottobre 1982, quando la sinagoga di Roma venne attaccata da un commando di cinque terroristi di origine palestinese. I fedeli che stavano uscendo dal tempio vennero investiti dallo scoppio di bombe a mano e raffiche di mitra. Tra loro c’era anche Stefano Gaj Taché, di soli due anni, che rimane ucciso ed altre 37 persone sono ferite.
Il presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, ha commentato il grave episodio: “Il grande tema è il diritto di Israele ad esistere, e sull’attentato alla Sinagoga di Roma dell’82 non si è fatto abbastanza. L’attacco palestinese fu contro il diritto di Israele ad esistere. Siamo grati a chi su Israele non ha fatto distinguo come i presidenti Napolitano e Mattarella”. Ed in merito alla decisione della Procura di Roma di riaprire il caso dell’attentato alla Sinagoga, ha riferito che “tentare è un dovere, riuscire rappresenterebbe un risarcimento.” Per la Comunità Ebraica di Roma la cosa più importante è “partecipare a questa missione per fare chiarezza, dissipare ombre, raggiungere punti fermi”. Anche Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità di Roma, ha affermato: “L’attentato fu un evento drammatico, che arrivò al culmine di una campagna di diffamazione e ostilità che si era aperta già da mesi e per cui la Comunità ebraica si sentì tradita dalle istituzioni perché non ci fu compassione. Fu una ferita che non si è ancora rimarginata, perché manca ancora la verità”. Stefano Gaj Taché , fratello del bimbo di 2 anni ucciso dall’esplosione e sulla quale vicenda ha scritto anche il libro intitolato “Il silenzio che urla” ha detto: “Non pensavo che scrivere un libro avrebbe portato all’apertura di tutti queste iniziative. Il libro è uno strumento per i giovani per potere capire e studiare questa storia”. Parlando poi dell’indagine aperta dalla Procura di Roma ha detto: “Non sono stato ascoltato dagli inquirenti. Al momento non sappiamo come sono andate le cose, abbiamo troppe domande senza risposta ma ho fiducia che si arrivi alla verità”. La senatrice Maria Elena Boschi intervenendo alla conferenza stampa di presentazione della mostra e del podcast realizzati per il quarantesimo anniversario, ha affermato: “Il piccolo Stefano Gaj Taché era prima di tutto un bambino italiano e dalle istituzioni italiane c’è stato un ritardo colpevole nella volontà di ricercare la verità su un attentato che è rimasto impunito. O si sta con chi odia e con gli antisemiti, o si sta dall’alta parte. Non ci sono zone grigie. Iniziative come oggi non sono solo di ricordo ma di condanna. Chi ha compiuto quell’attentato voleva istillare paura nella comunità ebraica e ancora oggi, quando ricordiamo questi fatti sui social, mi spaventa vedere i commenti di qualunquismo fino ai messaggi di odio e violenza significa che ancora non si è fatto abbastanza”.