Ci risiamo con Enrico Gasbarra. Qualcuno lo ricorderà, avevano provato a tirarlo per la giacca al momento di trovare un candidato serio per il Campidoglio, poi hanno ripiegato sul grigio Gualtieri. Ora i bookmakers della politica romana guardano con crescente interesse al personaggio che sfugge con punte anche esagerate di ritrosia a qualsiasi serio coinvolgimento. Si sa, la corsa è lunghissima e parte lenta, quella delle regionali 2003 poi si presenta particolarmente complessa. Nicola Zingaretti ha due delfini, li gioca entrambi. Daniele Leodori, l’uomo che per lui oggi governa di fatto la Regione, e Alessio D’Amato, l’assessore alla salute che da solo controlla il 70 per cento del budget regionale e che dopo essersi speso per due anni a combattere la pandemia pretende il giusto riconoscimento. Ma Il governatore uscente deve fare i conti con i potentati locali del Pd, quelli che controllano il potere, come Bruno Astorre, e con i playmaker di alto profilo come il sofisticato burattinaio Goffredo  Bettini. Leodori ha probabilità di passare le primarie? E di essere poi competitivo rispetto all’avversario di centro destra? D’Amato è praticamente da sempre in campagna elettorale, da due anni viaggia al ritmo di un comunicato al giorno (almeno) e di due inaugurazioni alla settimana, stressa quotidianamente i direttori generali della sanità ed è onnipresente e onnisciente all’interno del sistema. Ma gli elettori potrebbero essere altra cosa.
Ma Enrico Gasbarra governatore del Lazio?  L’algoritmo politico dice che ce la può fare. Oggi è parcheggiato a dirigere un ufficio in area Telecom senza entusiasmo né interesse. Non muore dalla voglia di impegnarsi in cose serie. Ma vanta una consistente esperienza di uomo pubblico e di governo, prima in Campidoglio e poi alla Provincia di Roma.  E’ transitato anche all’Europarlamento, ma senza tanto entusiasmo. E’ simpatico, ha appeal, piace, sa sorridere senza forzature per i fotografi, è un formidabile tessitori di reti, ma ha dalla sua anche l’attivismo messo in campo con le suppletive, prima di Gentiloni e poi di Gualtieri, culminate con due vittorie nel Municipio Roma 1 e la scalata di entrambi uno in Europa e l’altro prima come ministro e ora sindaco di Roma.
Sul piano teorico con Leodori e D’Amato non c’è partita. Ma Enrico Gasbarra, figlio di ristoratori, romano verace, anima democristiana in realtà da che parte sta? La sua posizione di “moderato”è utile, non è grigio come Leodori né intransigente e ideologicamente orientato come D’Amato. Sarebbe capace di   far virare la coalizione vero l’ambitissimo “centro” facendo digerire ai più estremi una candidatura in grado di tenere insieme il classico  pluralismo del Pd? C’è chi ha già preparato il cannovaccio della commedia, dicono. Leodori potrebbe fare un passo indietro, lavorare per il partito in chiave elettorale, rientrare in Giunta per un anno e poi incassare una candidatura blindata alle Europee del 2024. Giusto il tempo di un passaggio di consegne con Gasbarra per incassare con merito una sedia a Bruxelles e completare la sua esperienza, iniziata come sindaco.

Nel Lazio il Pd e i suoi alleati del campo largo non possono permettersi di perdere. Così se per Leodori la vittoria potrebbe essere raggiungibile anche se a costo di grandi fatiche, Enrico Gasbarra potrebbe essere l’asso pigliatutto: ex democristiano, poi passato al Pd e gradito persino a Goffredo Bettini; perfettamente in linea con la segreteria di Enrico Letta e dotato di esperienza amministrativa, politica, istituzionale e trans regionale. Detto così sembra troppo facile. Bisogna passare per le forche caudine dei capi bastone e dei dispensatori di consigli non negoziabili. La questione è aperta