Dopo le dimissioni in 24 ore di Eugenio Gaudio, ex rettore della Sapienza (indagato per un concorso universitario)  tocca a Gino Strada con gli ospedali da campo di Emergency e una sinergia con la Protezione Civile. Ma la Calabria non è l’Afghanistan. Il premier Conte chiede scusa e cerca una ennesima alternativa

Di Paolo Dordit

Un pasticcio vergognoso, un balletto indecente. La sensazione che sotto la crisi della sanità calabrese ci sia dell’altro è forte. Fuori anche Gaudio, silurato in 24 ore quando qualcuno si è accorto che è indagato (  Per un concorso universitari, ma cambia poco o niente), ufficialmente perché la moglie non vuole trasferirsi a Catanzaro.  E si riparte da zero.  Intanto arriva Gino Strada con la sua Emergency e un accordo con la Protezione Civile. Gestione degli ospedali da campo, supporto all’interno dei Covid Hotel e nei punti di triage negli ospedali, questi i compiti non meglio definiti. Il premier Conte chiede scusa e cerca un’altra soluzione. Che arriverà subito ma certo non cancellerà la brutta figura.
Chi è il burattinaio della rappresentazione mediatica che ha dato una dimensione nazionale ad una realtà disastrosa che tutti gli addetti ai lavori (e i  calabresi ) conoscevano come le loro tasche?  Chi ha innescato la mina-Giletti, che sta sparando da settimane a palle incatenate, che ha demolito in diretta il generale dei carabinieri (commissario alla sanità calabrese subito autoliquidatosi) protagonista di una disastrosa performance televisiva? Possibile che si sia bruciato in quattro e quattr’otto un terzo commissario, dopo Zuccatelli, anche lui protagonista di una vergognosa intervista televisiva? Possibile che sia stato messo in scena un ignobile balletto sparando nomi senza criterio, per chiudere sul mitico Gino Strada e sull’appena auto-congedato rettore della Sapienza Eugenio Gaudio?
Tutti personaggi minori, privi di appeal, di carisma, di fascino, privi di potere personale. Era anche stata avanzata  la candidatura – caldeggiata dal vice ministro Sileri – del manager romano Narciso Mostarda, oggi dg della Asl Roma 6, l’uomo che ha aperto miracolosamente il nuovo policlinico dei Castelli. Un tecnico capace. Rientrata. I tempi sono stretti, qualcuno deve assumersi l’onere di affrontare una situazione disperata. E adesso che si fa? Il piano Covid? Le terapie intensive, glj ospedali al collasso? Non si sa. La gente si ammala e muore ma a Roma non c’è nessuno in grado di assumersi delle responsabilità. E questa incertezza è alla fine il problema più importante. 

Nell’incertezza tutto continua a non funzionare e i malati calabresi sono condannati a soffrire. Un punto interrogativo non manifesto è tuttavia un altro. Nello schema operativo delle amministrazioni regionali a guidare la sanità è il governatore assieme all’assessore deputato. Ma la figura centrale, operativa, è il direttore generale, al quale spettano le grandi strategie, l’organizzazione ospedaliera, la distribuzione delle risorse. E in Calabria questa figura è coperta da giugno da un altro manager romano, un dg di lungo corso, Francesco Bevere. Ha governato diversi ospedali capitolini, e ha appena lasciato a ambitissima poltrona di responsabile dell’Agenas, l’agenzia nazionale che coordina i servizi sanitari regionali. Dunque la Calabria ha un super direttore generale, con potenti e trasversali entrature politiche poi trasformatesi in veri e propri sponsor. E aggiungiamo che il quotatissimo dirigente del ministero della salute non ha accettato a scatola chiusa, Ha chiesto e ottenuto un super stipendio, una sorta di indennità di rischio. Ma si è trovato praticamente da solo nella struttura che doveva governare, abbandonato da tutti al primo scontro con un big della sanità privata calabrese. E si è portato i collaboratori da casa. Di lui, comunque, non si parla. Chissà perché.