Otto buchi neri supermassicci stanno mettendo alla prova le attuali conoscenze sull’evoluzione delle galassie. Secondo uno studio guidato dal Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics (Mpe) di Garching e pubblicato su Astronomy & Astrophysics, questi oggetti avrebbero una massa pari ad almeno il 5% della massa stellare delle galassie che li ospitano, un valore superiore di oltre dieci volte rispetto alla proporzione considerata tipica, intorno allo 0,5%.

La scoperta riapre il dibattito sul rapporto tra la crescita dei buchi neri e quella delle galassie. I modelli attuali prevedono infatti che i due fenomeni procedano in modo strettamente collegato, mentre i nuovi dati suggeriscono che alcuni buchi neri possano crescere molto più rapidamente rispetto alla galassia circostante.

La ricerca, coordinata da Johannes Buchner, si è basata soprattutto sulle osservazioni del telescopio spaziale eRosita, che ha analizzato una regione del cielo contenente oltre 22mila quasar. Questi oggetti sono nuclei galattici estremamente luminosi, alimentati dalla materia che precipita verso un buco nero supermassiccio centrale e produce intense emissioni di radiazione.

Gli otto buchi neri individuati presentano masse comprese tra 800 milioni e 4 miliardi di volte quella del Sole. Si tratta quindi di oggetti circa mille volte più massicci di Sagittarius A*, il buco nero situato al centro della Via Lattea.

Per descrivere la sproporzione osservata, uno dei ricercatori ha paragonato il fenomeno alla presenza di un animale enorme in uno spazio troppo piccolo: il buco nero, in sostanza, appare “troppo grande per la sua casa”.

Le osservazioni di eRosita hanno inoltre rilevato una forte emissione di raggi X, un segnale che indica come questi buchi neri stiano ancora accumulando materia.

Secondo le stime dello studio, la loro crescita procede a un ritmo di circa 40 milioni di masse solari ogni miliardo di anni. Se il fenomeno dovesse proseguire con questa intensità, la massa di questi oggetti potrebbe raddoppiare nell’arco di circa un miliardo di anni.

Un risultato che rende ancora più difficile spiegare il rapporto anomalo tra i buchi neri e le galassie che li circondano e che apre nuovi interrogativi sui meccanismi attraverso i quali questi giganteschi oggetti cosmici riescono a svilupparsi in modo così sproporzionato.