Potrà sembrare un intervento controcorrente, un oltraggio alla bandiera e al sentire nazionale, un sacrilegio, nel migliore dei casi una provocazione.  Ma qualcuno deve poter pur dire che gli italiani colpiti e affondati da mesi di pandemia ora si sentono affaticati, storditi dalla retorica che la politica e i media rovesciano addosso a piene mani. La Nazione (con la N maiuscola, mi raccomando), si ricompatta unita nella giornata dell’orgoglio nazionale? Le frecce tricolore, l’omaggio di Mattarella davanti al Milite Ignoto e i fiumi di parole che ogni politico con carica istituzionale si è sentito in dovere  di pronunciare. Siamo tutti convinti di quel che diciamo e ascoltiamo, ci commuoviamo di fronte agli eroi in camice che hanno lottato contro il virus nei reparti di terapia intensiva? Ci sentiamo orgogliosi di essere italiani? Ci sentiamo veramente meglio e siamo tutti più uniti dopo        questa massiccia iniezione di Due Giugno? E meno male che ci siamo risparmiati la parata militare.
La retorica stordisce, dopo un po’ irrita. Varrebbe la pena di interrogarsi sul fatto che tutti questi valori esaltati o millantati non si traducono in fatti concreti per la gente, quella che si pronuncia con la doppia G, e che di questa Italia ipocrita ne ha abbastanza. Prima i fatti, poi la richiesta di consenso, così vorrebbe la regola. In realtà il paese è in stallo perché il sistema non funziona, non funzionava neanche prima e il Codivirus ha solo scoperchiato il vaso di Pandora. L’Italia non era pronta e la buona volontà, l’intraprendenza, la buona volontà dei singoli non basta se non c’è uno Stato a sostenerti. Ma come abbondantemente dimostrato che deve far funzionare gli ingranaggi del sistema non lo sa o non lo vuole fare, preoccupato solo di sopravvivere  in uno stato di privilegio. I politici non si sono certo ridotti lo stipendio e non lo hanno ridotto alla fascia alta del sistema, a quei dirigenti che non hanno mai voluto combattere seriamente i guasti di una burocrazia omicida.
Poi ci sono i palesemente incapaci, tenuti ai vertici da accordi di potere, c’è la magistratura che si guarda bene dal porre rimedio ad una giustizia che più ingiusta non si può ( le vicende di queste settimane, vergognose, purtroppo lo confermano abbondantemente). Gli italiani sono in mezzo, con delle garanzie (quelli che dipendono in qualche modo dal Pubblico) e senza garanzie (quelli che annaspano per una crisi economica che non hanno voluto né determinato). La retorica, la liturgia istituzionale vuole che tutti interrompano qualsiasi cosa stiano facendo e scattino sull’attenti quando sentono gli squilli di tromba che precedono l’inno nazionale. Ma la sensazione sgradevole che sia in larga parte falso, fasullo questo senso di appartenenza è forte. Gli italiani sono leali con il proprio paese finchè è possibile. Hanno sopportato pazientemente, sono stati mediamente diligenti, obbedienti. Chiedono chiarezza e ne hanno diritto. Non basta dire che la pandemia ci ha preso le spalle, che non sappiamo ancora con chi abbiamo a che fare, che brancoliamo nel buio. Paghiamo chi ci amministra perché si prenda la responsabilità di trovare una situazione, non perché condivida con noi le sue umane de bolezze. Meno dichiarazioni e più fatti concreti. Meno mezze verità e nessun parere sbandierato.
I media avranno anche il loro ruolo, ma se le centinaia di esperti che hanno straparlato in tv si fossero attenuti alla regola del no comment sarebbe stato meglio per tutti, e se un unico portavoce ufficiale avesse avuto il compito di informare passo passo, con parole chiare e senza inutili giri di parole, sugli sviluppi della situazione. Senza gli sproloqui del premier Conte o le fredde e imbarazzate conferenze stampa del capo della Protezione Civile e dell’imbarazzante commissario “alle mascherine”.  L’altro giorno il prof. Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani e membro autorevole della task force di esperti che affianca il governo in questo periodo di crisi da pandemia si è commosso in diretta Tv, invitando all’unità di intenti. Ippolito è un personaggio importante, per certo versi, è schietto, genuino, ruvido. Ma è anche un lucido, freddo calcolatore. Mentre l’Italia festeggiava le festività natalizie e si ingozzava di panettoni , ignara di quello che sarebbe capitato di lì a poche settimane, lui scriveva un mirabile articolo di avvertimento sulla pandemia prossima ventura. Un intervento premonitore. A freddo? Ispirato? Non lo sapremo mai. Ma la commozione davanti al dilemma se considerare l’emergenza un ricordo o tenere l’Italia sotto tutela ancora per giorni, settimane, mesi, deve fare riflettere.