Gli elettori svizzeri respingono nettamente l’iniziativa che voleva irrigidire la neutralità della Confederazione e limitarne la possibilità di aderire a sanzioni internazionali o collaborare con alleanze militari. Il No raggiunge il 70,15% e prevale in tutti i 26 Cantoni. Il voto mantiene invariato l’attuale margine di manovra di Berna, compresa la possibilità di recepire le sanzioni dell’Unione europea contro Paesi coinvolti in conflitti.
La Svizzera non cambierà la propria Costituzione per introdurre una concezione più rigida della neutralità. Nel referendum federale del 27 settembre 2026, l’iniziativa popolare “Salvaguardare la neutralità svizzera” è stata respinta con il 70,15% dei voti, contro il 29,85% dei favorevoli. L’affluenza si è attestata al 47,06%.
Il risultato è stato uniforme su scala nazionale: nessun Cantone ha approvato la proposta. Il margine più ristretto si è registrato in Ticino, dove il No si è fermato al 51,75% contro il 48,25% dei Sì. Nella Svizzera italiana nel suo complesso il risultato è stato quasi in equilibrio, con il 51,61% contrario e il 48,39% favorevole.
La consultazione aveva assunto un rilievo che andava ben oltre i confini elvetici, perché avrebbe potuto incidere direttamente sulla politica estera della Confederazione, sui suoi rapporti con l’Unione europea e sulla partecipazione alle sanzioni internazionali.
La proposta chiedeva di inserire nella Costituzione una definizione più vincolante della neutralità, qualificandola esplicitamente come “perpetua e armata”.
In caso di approvazione, la Svizzera non avrebbe potuto aderire ad alleanze militari o di difesa né cooperare con esse, salvo nel caso di un attacco militare contro il Paese o della preparazione imminente di un’aggressione. Avrebbe inoltre dovuto astenersi dalla partecipazione a conflitti tra Stati terzi.
Uno dei punti politicamente più rilevanti riguardava però le sanzioni economiche. L’iniziativa prevedeva che Berna non potesse adottare misure contro Stati belligeranti, con due principali eccezioni: le sanzioni decise dalle Nazioni Unite e gli interventi destinati a impedire l’elusione di sanzioni già esistenti.
La modifica avrebbe quindi ridotto in modo significativo la discrezionalità del Consiglio federale nella gestione delle crisi internazionali.
La questione era diventata particolarmente delicata dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
A partire dal 2022, la Svizzera ha infatti recepito gran parte delle sanzioni decise dall’Unione europea contro Mosca, pur non facendo parte dell’Ue. Lo stesso governo federale, nella documentazione ufficiale sul referendum, ricordava che la Confederazione può attualmente adottare sanzioni in coerenza con la propria politica di neutralità e che proprio questa facoltà le ha consentito di allinearsi in larga parte alle misure europee contro la Russia.
Se l’iniziativa fosse stata approvata, questa possibilità sarebbe stata fortemente limitata. Reuters aveva indicato proprio le sanzioni contro la Russia e la cooperazione con la Nato tra le principali conseguenze concrete della proposta.
Per l’Unione europea, la questione non era marginale. La Svizzera rappresenta infatti una delle principali piazze finanziarie mondiali e la sua partecipazione alle misure restrittive contribuisce a ridurre le possibilità di aggiramento attraverso banche, società e patrimoni localizzati sul territorio elvetico.
Il voto, tuttavia, non può essere interpretato automaticamente come un’adesione politica all’Ue o alla Nato: la Confederazione resta fuori da entrambe e conserva la propria neutralità. Il risultato mantiene semplicemente l’attuale sistema, nel quale governo e Parlamento dispongono di maggiore flessibilità nell’applicazione concreta di quel principio.
L’iniziativa era stata promossa dall’associazione Pro Suisse e sostenuta da esponenti dell’Unione democratica di centro, Udc/Svp, principale forza della destra nazional-conservatrice svizzera.
Tra i protagonisti della campagna figurava l’ex consigliere federale Christoph Blocher, che secondo Le Temps aveva contribuito personalmente con circa tre milioni di franchi al finanziamento della mobilitazione a favore della proposta. Il quotidiano svizzero ha descritto un clima particolarmente dimesso al Casino di Berna, scelto dai promotori come quartier generale nella giornata del voto, dopo la diffusione delle prime proiezioni.
I sostenitori dell’iniziativa affermavano che una definizione più rigida avrebbe protetto la credibilità internazionale della Svizzera come Stato neutrale e come possibile intermediario nei conflitti.
Gli oppositori, tra cui Consiglio federale e Parlamento, sostenevano invece che una codificazione così dettagliata avrebbe limitato eccessivamente la capacità del Paese di reagire alle crisi internazionali e di difendere i propri interessi.
Il significato del voto riguarda dunque soprattutto il modo in cui la neutralità deve essere applicata, non la sua esistenza.
La neutralità resta infatti uno dei cardini della politica estera svizzera. Secondo il Dipartimento federale degli affari esteri, essa impone alla Confederazione di non prendere parte alle guerre tra Stati, mentre la Costituzione attribuisce a Consiglio federale e Parlamento il compito di adottare le misure necessarie per preservarla.
Con la bocciatura dell’iniziativa, gli elettori hanno scelto di non trasformare questo principio in un insieme più rigido di obblighi costituzionali.
Una lettura condivisa anche dall’analisi pubblicata da Swissinfo, secondo cui il risultato lascia al governo federale la possibilità di adattare l’applicazione della neutralità ai mutamenti dello scenario geopolitico.
La neutralità svizzera ha radici molto antiche.
La sua evoluzione viene fatta risalire alla sconfitta dei Confederati nella battaglia di Marignano del 1515 e al successivo progressivo distacco dalle guerre tra le potenze europee. La Confederazione riuscì inoltre a non essere coinvolta direttamente nella Guerra dei Trent’anni, esperienza che contribuì a consolidare la neutralità come elemento della politica estera.
Il riconoscimento internazionale arrivò però solo nel 1815, con il Congresso di Vienna e successivamente con il Trattato di Parigi, attraverso il quale le grandi potenze riconobbero la neutralità permanente della Svizzera e l’inviolabilità del suo territorio.
Nel 1907 la Confederazione aderì inoltre alle Convenzioni dell’Aia che disciplinano diritti e obblighi degli Stati neutrali durante i conflitti armati.
La neutralità non ha comunque significato isolamento. Nel 1996 la Svizzera ha aderito al programma Partnership for Peace della Nato, mentre nel 2002, dopo un referendum popolare, è diventata membro a pieno titolo delle Nazioni Unite.
La distribuzione territoriale del voto mostra alcune differenze interessanti.
A Basilea Città il No ha raggiunto quasi l’80%, mentre a Zurigo ha superato il 74%. Anche Berna, Vaud e Neuchâtel hanno respinto nettamente la proposta.
Il sostegno maggiore all’iniziativa si è invece concentrato nella Svizzera italiana e in alcune aree rurali e conservatrici. In Ticino il Sì ha raggiunto il 48,25%, facendo del Cantone quello più vicino all’approvazione. Seguono Schwyz, con il 42,14%, e Appenzello Interno con il 40,34%.
Il dato nazionale resta però inequivocabile: la proposta non ha ottenuto né la maggioranza popolare né quella dei Cantoni, entrambe necessarie per modificare la Costituzione federale.
La neutralità non era l’unico tema sottoposto agli elettori.
Nella stessa giornata è stata bocciata con il 72,52% di No anche l’iniziativa “Per un’alimentazione sicura”, mentre i favorevoli si sono fermati al 27,48%.
La proposta prevedeva che entro dieci anni almeno il 70% delle derrate alimentari consumate in Svizzera fosse prodotto all’interno del Paese. Per raggiungere il traguardo chiedeva, tra le altre cose, di aumentare la produzione di alimenti vegetali, ridurre quella di origine animale e limitare l’utilizzo di fertilizzanti e prodotti fitosanitari, rafforzando al contempo la tutela di suolo, biodiversità e acqua potabile.
Anche su questo dossier il Consiglio federale e il Parlamento avevano raccomandato di votare No, giudicando gli obiettivi troppo difficili da raggiungere nelle tempistiche previste.
Il voto del 27 settembre non elimina il dibattito sulla neutralità svizzera. Al contrario, conferma quanto il tema sia tornato centrale dopo la guerra in Ucraina e l’aumento delle tensioni geopolitiche in Europa.
La decisione degli elettori produce però un effetto concreto immediato: la Confederazione conserva l’attuale libertà di decidere caso per caso se recepire sanzioni internazionali e mantiene gli spazi esistenti per la cooperazione in materia di sicurezza con altri Paesi e con strutture come la Nato, senza entrarvi come membro.
È proprio questo l’elemento del referendum con le maggiori implicazioni europee. Il risultato non modifica l’allineamento istituzionale della Svizzera né la trasforma in un Paese meno neutrale, ma evita che la neutralità venga costituzionalmente irrigidita in una forma che avrebbe potuto incidere sulle sanzioni contro la Russia e restringere in modo significativo la cooperazione di sicurezza con i partner occidentali.










