Washington chiede a Kiev di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, mentre Mosca ottiene un alleggerimento delle sanzioni energetiche. L’Europa critica la svolta americana e i negoziati di pace attraversano una nuova fase di incertezza.
WASHINGTON – Si aggrava la frattura diplomatica tra Stati Uniti e Ucraina. Il presidente americano Donald Trump ha lanciato un durissimo attacco contro Volodymyr Zelensky, arrivando ad auspicare un cambio alla guida del Paese. Una presa di posizione che segna un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Washington e Kiev, proprio mentre la Casa Bianca tenta di rilanciare il dialogo con Mosca attraverso un controverso accordo sulle forniture di diesel russo.
Le dichiarazioni del presidente statunitense, pronunciate sabato 10 ottobre prima della partenza per un appuntamento elettorale in Tennessee, hanno provocato nuove tensioni diplomatiche. Trump ha accusato Zelensky di non aver colto le opportunità per concludere il conflitto e di contribuire all’instabilità dei mercati energetici attraverso gli attacchi ucraini contro gli impianti petroliferi russi.
Secondo il presidente americano, l’Ucraina dovrebbe affidarsi a una leadership capace di raggiungere un’intesa con il Cremlino. Un’affermazione particolarmente significativa, perché sposta lo scontro dal terreno delle strategie militari e diplomatiche a quello della legittimità politica dell’attuale dirigenza ucraina.
All’origine dell’ultima crisi nei rapporti tra i due alleati c’è l’accordo energetico annunciato da Trump dopo un colloquio telefonico con Vladimir Putin.
L’intesa prevede nuove forniture di gasolio russo, con una prima consegna di circa 300 mila tonnellate e ulteriori quantitativi nei mesi successivi. Washington ha inoltre disposto una sospensione delle restrizioni sulle esportazioni russe di diesel fino all’aprile 2027.
L’obiettivo dichiarato dalla Casa Bianca è favorire una riduzione dei prezzi dei carburanti, divenuti un problema economico e politico particolarmente delicato negli Stati Uniti, anche in vista delle elezioni di metà mandato.
La decisione rappresenta tuttavia una svolta controversa nella politica delle sanzioni occidentali. Le limitazioni commerciali introdotte contro Mosca erano state concepite anche per ridurre le entrate energetiche utilizzabili dal Cremlino per sostenere la guerra.
Per Zelensky, consentire alla Russia di incrementare le esportazioni di prodotti petroliferi equivale invece a mettere nuove risorse economiche a disposizione della sua macchina militare.

Un secondo elemento di contrasto riguarda la campagna militare ucraina contro le infrastrutture energetiche russe.
Secondo quanto riferito da Axios, citando un funzionario statunitense, l’amministrazione Trump avrebbe sollecitato ripetutamente Kiev a interrompere gli attacchi contro le raffinerie di Mosca. Le richieste non avrebbero prodotto i risultati sperati, contribuendo alla decisione americana di trattare direttamente con Putin.
Le operazioni ucraine contro gli impianti petroliferi russi sono considerate da Kiev uno strumento per ridurre le risorse finanziarie e logistiche a disposizione dell’esercito di Mosca.
La Casa Bianca, al contrario, ritiene che il danneggiamento delle infrastrutture produttive possa alimentare ulteriormente le tensioni sui mercati dei carburanti.
Il contrasto mette così in evidenza due priorità difficilmente conciliabili: da una parte la necessità ucraina di indebolire le capacità belliche dell’aggressore, dall’altra l’interesse americano a contenere i prezzi dell’energia e a ottenere concessioni diplomatiche dalla Russia.
A rendere ancora più delicato il confronto sono le indiscrezioni emerse sui colloqui diplomatici svoltisi a Miami tra rappresentanti americani, ucraini ed europei.
Secondo il Financial Times, gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero prospettato la possibilità di interrompere la condivisione delle informazioni di intelligence con Kiev qualora proseguissero gli attacchi contro le raffinerie russe.
Una ricostruzione attribuita a fonti ucraine, ma contestata da un funzionario americano, secondo il quale gli inviati avrebbero semplicemente sottolineato le conseguenze economiche delle operazioni militari ucraine per i consumatori statunitensi.
La questione resta particolarmente sensibile: le informazioni di intelligence fornite dagli Stati Uniti costituiscono una componente importante delle capacità operative e difensive ucraine. Un’eventuale interruzione potrebbe quindi avere conseguenze rilevanti sul terreno.
I colloqui di Miami, inizialmente previsti su due giornate, si sono conclusi anticipatamente. Nonostante ciò, Witkoff ha definito produttivo il confronto, lasciando aperta la possibilità di ulteriori iniziative diplomatiche.
Mentre lo scontro politico si intensifica, la guerra continua a provocare vittime tra la popolazione civile.
Sabato 10 ottobre, un violento bombardamento russo ha colpito edifici residenziali nella città ucraina di Zaporizhzhia, provocando almeno 20 morti, tra cui tre bambini, e 18 feriti, secondo il bilancio comunicato dalle autorità ucraine e riportato da Reuters.
Le squadre di soccorso hanno lavorato tra le macerie degli edifici distrutti, mentre nuovi attacchi hanno interessato altre aree del Paese.
Zelensky ha collegato politicamente l’offensiva alla decisione americana di alleggerire le sanzioni sul diesel russo, sostenendo che Mosca abbia risposto all’apertura di Washington con un’ulteriore escalation militare.
Le dichiarazioni del presidente ucraino esprimono una valutazione politica della decisione americana, mentre non vi sono elementi sufficienti per stabilire un rapporto causale diretto tra l’accordo energetico e il singolo bombardamento.
La nuova strage si inserisce comunque in una fase di intensificazione degli attacchi contro i centri abitati e le infrastrutture ucraine, confermando la distanza tra i tentativi di mediazione internazionale e la realtà del conflitto.
La decisione americana ha suscitato forti perplessità anche nelle capitali europee.
L’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha criticato la sospensione delle sanzioni, sostenendo che maggiori entrate derivanti dalle esportazioni energetiche possano consentire alla Russia di finanziare ulteriormente le proprie operazioni militari.
Bruxelles continua infatti a considerare la pressione economica su Mosca uno strumento fondamentale per limitarne la capacità di sostenere il conflitto.
La posizione europea appare quindi distante dalla nuova strategia della Casa Bianca, che punta a utilizzare il commercio energetico anche come possibile leva negoziale.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha intanto espresso solidarietà a Zelensky, mentre l’Unione europea si prepara a discutere nuove misure restrittive contro la macchina bellica russa.
L’intesa tra Washington e Mosca solleva interrogativi anche sulla sua effettiva efficacia economica.
Secondo un’analisi dell’Associated Press, diversi esperti del settore energetico ritengono che l’aumento delle forniture russe possa produrre soltanto effetti limitati sul prezzo globale del gasolio.
Il problema, infatti, non riguarda esclusivamente la disponibilità del prodotto russo, ma anche gli squilibri internazionali tra domanda e offerta, le difficoltà del settore della raffinazione e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
L’accordo potrebbe dunque offrire un beneficio politico immediato a Trump senza garantire una riduzione strutturale dei costi energetici.
Per Mosca, invece, la riapertura di uno sbocco commerciale rappresenterebbe un’opportunità per valorizzare le proprie esportazioni e recuperare entrate economiche, anche se l’entità concreta dei benefici dipenderà dalle quantità effettivamente commercializzate.
Mosca ha accolto favorevolmente la nuova apertura americana. Secondo le dichiarazioni attribuite al Cremlino, durante il colloquio con Trump, durato circa un’ora e mezza, Putin avrebbe manifestato disponibilità a valutare alcune proposte statunitensi per ridurre le tensioni.
Non risulta tuttavia raggiunto alcun accordo concreto per la ripresa di negoziati diretti di pace.
L’amministrazione americana continua a esplorare possibili iniziative diplomatiche, comprese nuove missioni degli inviati presidenziali a Mosca e Kiev.
Restano però irrisolti i nodi centrali della guerra: il controllo dei territori occupati, le garanzie di sicurezza richieste dall’Ucraina, il futuro delle sanzioni e le condizioni per un eventuale cessate il fuoco.
La nuova crisi diplomatica evidenzia soprattutto una crescente divergenza di interessi. Trump considera il contenimento dei prezzi energetici e il raggiungimento di un accordo con Putin obiettivi prioritari; Zelensky insiste invece sulla necessità di mantenere la pressione militare ed economica sulla Russia prima di qualsiasi compromesso.
Il rischio è che il tentativo americano di accelerare la conclusione del conflitto finisca per approfondire le divisioni tra gli stessi Paesi che dovrebbero contribuire alla costruzione della pace. Con le bombe che continuano a cadere sulle città ucraine e la fiducia tra Washington e Kiev sempre più fragile, la prospettiva di una soluzione negoziata appare ancora incerta.