Non di manifestazioni sterili e gonfie di retorica, non di slogan e solenni dichiarazioni hanno bisogno le donne oggetto di violenza. Ma di solide realtà, di fatti, di provvedimenti. L’over dose mediatica, le mille trasmissioni tv, la tempestiva giornata “dedicata” non fanno che confondere le acque, dando un senso di assuefazione e di falsa e inutile gratificazione. Il problema non è delle donne, il problema è della collettività, investe direttamente gli uomini, le istituzioni, il sistema. Ci mancava la pacca sul sedere in diretta alla giornalista tv (con una esposizione mediatica dei protagonisti dell’episodio  inferiore solo alla pandemia da Covid)  per creare ulteriore confusione e far perdere di vista il problema di fondo  con tutte le sue infinite sfaccettature, sociali, umane, antropologiche, ma anche legali, amministrative, politiche.   Oggi tutti o quasi sono intimoriti dalla indignata levata di scudi collettiva, la giornalista è diventata una star, il suo molestatore è sotto accusa per molestie sessuali, l’orgia di commenti, tutti nella stessa direzione, fa rumore e basta. La minaccia di una condanna a dodici anni farà cambiare idea a quel tipo di uomini? Forse sì, ma non li convincerà dell’errore nel loro comportamento.  Così il dibattito resta sterile, non porta da nessuna parte.
Non reagisce la politica (quella decina di parlamentari ad ascoltare in aula il ministro, l’altro giorno fa impressione e fa a pugni con il pienone nel giorno della celebrazione dell’impegno carico di pathos ma in sostanza vuoto di contenuti), non reagisce la magistratura, reagiscono male le forze dell’ordine e i servizi sociali. Diffondere periodicamente bollettini di guerra con il carico di vittime serve a poco o a nulla. Ci vuole altro. Tutti sanno  che cosa, nessuno sa come arrivarci.  Per risolvere un problema culturale ci vogliono generazioni, la violenza ormai si respira fin dalle aule scolastiche, in televisione al di là della melassa sparsa a piene mani tutto trasuda violenza, sopraffazione, sesso in tutte le salse. Di educativo c’è poco pochissimo, la denuncia è velata, prudente, troppo prudente. Ci sono inchieste che tolgono la pelle, certo, ma la volontà di affondare, di andare al di là del caso, di marcare stretto le istituzioni, oltre che i responsabili della violenza, tutto questo non c’è. O se c’è è ben nascosto.  Una questione di leggi? La gabbia normativa è troppo garantista? Si è arrivati alla nausea con questi discorsi, con la sequenza dei casi, con le critiche all’atteggiamento della magistratura e delle forze dell’ordine. Il possibile killer, il violentatore, il molestatore, lo stalker ha tutte le garanzie del caso, impossibile inchiodarlo, mentre la vittima dell’abuso, quale che ne sia la gravità,  deve spiegarsi, esporsi, deve rischiare.
Tutela zero, garanzie scarse. Lo squilibrio è evidente, da sempre, la normativa sullo stalking ha cambiato poco le cose, nella realtà. Ma nessuno ha avuto il coraggio, a livello legislativo, a livello pratico, di cambiare le cose. Il sistema sembra dire alle donne: accontentatevi di questo. Ma le cose troppo spesso vanno male, la cronaca nera accende i riflettori per qualche giorno e poi più, non ci sono poliziotti, assistenti sociali, giudici capaci di andare oltre l’umana pietà. Errori di valutazione, superficialità frettolosa, mani legate? Eppure spesso il peggio poteva essere evitato, spesso il violento omicida poteva essere messo in condizioni di non nuocere. Qualcuno paga per questo? Non risulta. Non ci sono magistrati trasferiti, puniti per aver sbagliato,  non ci sono periti, psicologi, psichiatri, tecnici, operatori sollevati dall’incarico. Non ci sono parlamentari messi alla gogna mediatica per la loro superficialità. Ma finchè non si porterà in televisione un magistrato, un dirigente della questura a spiegarsi e a giustificarsi, finchè un ministro, un parlamentare non perderanno il posto per non aver dato le disposizioni giuste, per non aver garantito, per non essersi esposto direttamente, purtroppo non cambierà nulla.